C’è un profumo che segna una soglia. Non è solo un aroma, ma un varco: da una parte il mondo del tempo ciclico, della contemplazione, delle spezie che chiudono il pasto e sigillano lo stomaco come si sigilla un rito; dall’altra, l’irruzione di una bevanda nera e bollente che non invita al raccoglimento, ma alla veglia, alla parola, al pensiero che corre più veloce del sonno.
Il caffè entra nella storia europea come un piccolo scandalo dei sensi, e ne esce come uno dei motori silenziosi della modernità.
Prima di lui, a fine pasto, venivano i confetti, l’ippocrasso, le architetture di zucchero: dolcezze preziose, medicate, lente, figlie di un mondo in cui il banchetto è cerimonia e ostentazione, e il piacere ha ancora il passo solenne del simbolo. Poi, dalle montagne d’Etiopia e dai riti notturni dei sufi yemeniti, arriva una bevanda che non placa, ma accende; che non chiude il corpo, ma apre la mente. Dalla qishr speziata dei dervisci alla qahwa delle caffetterie ottomane, il caffè diventa compagno della preghiera vigile, della narrazione pubblica, del dibattito che si accende tra estranei seduti allo stesso tavolo.
Quando sbarca in Europa, non porta soltanto un gusto nuovo: porta un diverso modo di stare insieme. Le coffee houses di Venezia, Londra, Parigi e Vienna non sono taverne: al vino dell’oblio subentra la bevanda della lucidità. Nasce una socialità fondata sulla conversazione, sull’opinione, sulla discussione regolata. Con una moneta qualunque si compra non solo una tazza, ma l’accesso a una “università del popolo”, dove il rango resta alla porta e la parola circola libera. Qui si forma quella che cominciamo a chiamare opinione pubblica; qui la filosofia scende dalle accademie e si siede tra i giornali, le satire morali, le cronache di costume.
Il caffè diventa così il carburante discreto dell’Illuminismo: lo bevono i redattori, gli enciclopedisti, i polemisti, gli instancabili artigiani della ragione. Lo raccontano i medici che ne lodano le virtù, i moralisti che ne temono l’eccesso, i musicisti che lo trasformano in cantata, i filosofi che, tra un sorso e l’altro, riscrivono il mondo. È una bevanda che parla ai nervi, ai sensi, all’attenzione: perfetta per un secolo che scopre che le idee nascono dall’esperienza, che la mente è una pagina su cui il corpo scrive.
E intanto, dietro quella tazzina elegante, si allunga l’ombra delle rotte coloniali, dei porti affollati, delle piantagioni lontane. Il caffè è anche merce imperiale, dolcezza amara di un progresso che si alimenta di scambi diseguali. Modernità, appunto: luce e ombra, slancio e costo, entusiasmo e contraddizione.
In questa lezione abbiamo seguito il caffè come si segue un filo nero che attraversa secoli e continenti: dai chiostri ideali del Medioevo alle piazze rumorose delle città moderne, dalle spezie medicinali al tempo cronometrico dell’orologio, dalla salvezza dell’anima al miglioramento del mondo. Perché a volte la storia cambia non con il fragore delle rivoluzioni, ma con un gesto ripetuto ogni mattina: portare alle labbra una tazza fumante, e scegliere di restare svegli…