mercoledì 25 febbraio 2026

8.5 - Di cuori e bandiere: Romanticismo, eroismo e libertà

 

Ci sono momenti della storia in cui qualcosa si spezza — e non si spezza nelle istituzioni, nei trattati, nelle leggi. Si spezza dentro l’uomo.

Cuori e bandiere nasce da questa frattura. Dal momento in cui l’Europa scopre che la ragione, da sola, non basta più. Che esiste un luogo più profondo — il cuore — in cui si decidono il destino individuale e quello dei popoli.

Non è un semplice passaggio letterario. È una mutazione spirituale.

Con I dolori del giovane Werther e con Le ultime lettere di Jacopo Ortis entra in scena un giovane che non accetta il compromesso. Che non sa vivere “umanamente”, cioè moderatamente. Che non tollera l’ipocrisia del decoro, la prudenza calcolata, la misura borghese.

È l’eroe romantico: fragile e assoluto, generoso e iracondo, assetato d’infinito e incapace di adattarsi. Un uomo che sente di essere nato per “alte e nobili cose”, ma che la storia condanna all’angustia, all’esilio, alla sconfitta.

Attorno a lui si apre la Natura — non come sfondo, ma come rivelazione. Davanti ai paesaggi di Caspar David Friedrich, l’uomo contempla l’infinito e vi si specchia. Il Sublime non è più una categoria estetica: è un’esperienza esistenziale. L’universo intero può raccogliersi nell’anima, e l’anima può tremare davanti all’ignoto.

Poi l’amore. Non sentimento regolato dall’etichetta, ma assoluto che divinizza e consuma. Dalla disperazione di Werther al sacrificio di Marguerite nella La traviata — nata dal romanzo La signora delle camelie — l’amore diventa forza che eleva e distrugge, che chiede tutto, che non ammette mezze misure.

Amare fino a morire. O trasformare la morte in sigillo di autenticità.

Ma il cuore romantico non resta chiuso nella stanza dell’innamorato. A un certo punto si alza, esce, guarda la Storia. E la trova ingiusta.

Nei grandi affreschi di I Miserabili o nel titanismo del Conte di Montecristo, l’individuo si misura con l’ingiustizia, con l’arbitrio, con la violenza del potere. Non accetta che il mondo sia così com’è. Vuole redimerlo — o vendicarlo.

È qui che il cuore si fa bandiera.

Con Ugo Foscolo, con Giacomo Leopardi, con Alessandro Manzoni, la patria diventa destino morale. Non semplice territorio, ma comunità di memoria, promessa di riscatto, nuova divinità laica. L’amore individuale si trasfigura in amor di patria. Il dolore privato diventa energia civile.

E poi c’è l’eroe che cammina davvero nella storia: Giuseppe Garibaldi. Marinaio, esule, combattente in due continenti, uomo d’azione e insieme figura quasi romanzesca. In lui l’epica romantica si incarna: l’ingiustizia subita, l’esilio, la seconda vita, la missione, il ritiro finale. Il cuore che diventa azione.

Accanto a lui, apparentemente lontano dai campi di battaglia, un altro patriota romantico: Frederic Chopin. Fragile nel corpo, esule per sempre dalla sua Polonia, consumato dalla malattia, ma capace di trasformare la nostalgia in suono. Nelle sue Polacche e nelle sue Mazurche la patria non è proclamata: è evocata, cantata, custodita come una fiamma interiore.

Come Garibaldi combatte con la spada, Chopin combatte con il pianoforte. In entrambi, genio, cuore e patria coincidono. In entrambi, la vita si consuma in un ideale.

E noi?

Dopo due secoli, cosa resta di quell’incendio? Dopo la “fine della storia” teorizzata da Francis Fukuyama, dopo il trionfo del benessere e del relativismo, esiste ancora qualcosa per cui valga la pena soffrire?

Esiste ancora un amore che non sia intrattenimento? Una patria che non sia slogan? Un ideale che non venga subito ironizzato?

Cuori e bandiere non è una celebrazione nostalgica dell’Ottocento. È una domanda rivolta al presente.

Il Romanticismo ci ha consegnato una figura inquietante e magnifica: l’uomo che preferisce perdere tutto piuttosto che tradire il proprio cuore.

La questione è semplice — e radicale: noi, oggi, saremmo ancora capaci di farlo?

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