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Carissimi,
proviamo a ritrovare un po’ di serenità ripartendo con il nostro consueto corso di storia. Quest’anno vorrei riprendere le fila del discorso rimasto interrotto nel febbraio del 2020, ragionando su tre fenomeni che scioccarono quanti ne furono testimoni: la rivoluzione industriale, la rivoluzione francese e la stagione napoleonica. Il quarto appuntamento concluderà la passata edizione raccontando gli sforzi dell’aristocrazia di chiudere i conti con le follie recenti e ripristinare la ‘normalità’.
La nuova edizione 2021/22 si concentra sui cent’anni che vanno dal 1815 al 1914 e si intitola “Il secolo della borghesia”. Seguiremo in otto appuntamenti la parabola della classe sociale destinata a rimpiazzare la nobiltà nella gestione del potere: la fase rivoluzionaria, culminata con la primavera dei popoli; la fase conservatrice, dopo l’unità dell’Italia e della Germania; la fase aggressiva, nell’età della gara imperialistica.
Il viaggio finisce in un momento di fortissima cesura storica: lo scoppio della Grande guerra.
Facendo i debiti scongiuri che le condizioni lo permettano, vi invito a fare ancora un pezzo di strada insieme, ripercorrendo il lungo cammino che congiunge il passato al nostro tempo...
prof. Stefano D’Ambrosio
Nella stagione che più ha dato un contributo di alto valore qualitativo alla grande civiltà musicale europea, si parla di 'concerto' non solo riguardo alla febbre di un nuovo ballo che impazza nelle corti di tutta Europa, da Parigi a Vienna, da Mosca a Londra, ma anche in relazione alla politica internazionale ed ai rapporti fra Stati, un tempo - in verità - alquanto burrascosi, o - sarebbe meglio dire - dissonanti. A usare questa terminologia sono i protagonisti della resistenza anti-napoleonica, gli ex compagni di cordate misogalliche, che ora si autodefiniscono encomiasticamente 'Grandi Potenze', assegnando a se stesse il compito di disegnare la nuova Europa. A guidarli è un obiettivo largamente condiviso: garantire un lungo periodo di pace e di prosperità dopo la pazza pazza sbornia della Rivoluzione francese e l'ancor più pazza e stravagante smania di conquista del generalissimo còrso che aveva scioccato e scandalizzato il Vecchio continente. Per realizzare questo nobile obiettivo ministri e dignitari dei Paesi vincitori si riuniscono a Vienna, nel castello di Schönbrunn, dove vengono piacevolmente accolti dal cancelliere von Metternich, il quale si incarica di organizzare una ragnatela di incontri bilaterali durante i quali ogni ipotesi viene vagliata ed ogni divergenza viene appianata. Un segno di maturità politica è quello di ammettere alla conferenza anche lo Stato-canaglia non ancora del tutto domato (i cento giorni di Napoleone, insieme a Waterloo, si consumano mentre il Congresso di Vienna è in corso), cioè la Francia, rappresentata politicamente dal suo ministro degli esteri Talleyrand. I lavori procedono sulla base di principi solidi: la necessità di un reintegro delle legittime dinastie sui rispettivi troni; l'importanza di disegnare un'Europa in cui non si materializzi l'ipotesi di uno stato nettamente più forte degli altri, tale da mettere in pericolo il bene più prezioso, cioè quell'equilibrio che è garanzia di pace; l'opportunità di un intervento precoce alla prima insorgenza di 'sintomi' rivoluzionari, con conseguente autorizzazione preventiva a violare i confini di stato. Pragmatica la scelta di affidare ad una polizia internazionale il compito di vigilare e intervenire con tempestività chirurgica in caso di insurrezione popolare e rischio contagio al resto dell'Europa. Nasce così l'alleanza che stringe insieme Austria, Prussia e Russia dopo lo scampato pericolo: e sarà la Santa Alleanza. Fraternamente i sovrani europei, imposti sul trono direttamente da Dio (secondo l'antica formula dell'alleanza trono-altare), si sostengono l'un l'altro promettendosi mutuo soccorso. L'Inghilterra non aderisce a questo fronte solo per ragioni ideologiche, ovvero perché non condivide il misticismo di una concezione del potere che a quelle latitudini si considera anacronistica. Nella patria del Parlamento e del liberalismo, in tumultuosa crescita economica sotto l'impulso della rivoluzione industriale, parlare di origine divina del potere pare un'assurdità. Ma l'Inghilterra si fa promotrice della Quadruplice alleanza che riassorbe la Santa, schierando gli uni accanto agli altri i regimi più retrivamente attaccati all'antico regime (Russia, Austria e Prussia) e quelli saldamente radicati nel sistema costituzionale e parlamentare. Del 1818 è la Quintuplice alleanza, con cui la Francia viene 'recuperata' dalla condizione di sorvegliato d'Europa a guardiano a pieno titolo del nuovo-vecchio ordine.
Molto si è discusso se il Congresso di Vienna sintetizzi emblematicamente la cecità di un mondo che non accetta di essere giunto al suo tramonto e si arrocchi in posizioni indifendibili, sognando un impossibile ritorno al passato. Le idee non si cancellano - si è detto. Ma la storia sembra essere piena di epoche in cui le idee, se non proprio cancellate, finiscono per essere nascoste così bene da scomparire per secoli. Potremmo dedurne allora che l'aristocrazia del 1815 ha giocato le sue carte al meglio delle sue possibilità ed erano forse altre le forze che impedivano la Restaurazione: per esempio la stessa rivoluzione industriale, congiuntamente con l'affermarsi del sistema capitalistico. Se così fosse, il sistema di sorveglianza internazionale messo in piedi dalla Restaurazione avrebbe avuto il merito di garantire per alcuni decenni ancora (diciamo, allargandoci un po', fino al 1848) un ordine e una pace europea diversamente impossibili da mantenere. Dopo il 1848, però, il mondo delle parrucche incipriate e tutta l'aristocrazia d'Europa sembrano ormai comparse stonate in un concerto che suona una musica tutta diversa: quella delle nazioni, delle industrie, della febbre coloniale e della corsa alla democrazia...
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Napoleone Bonaparte è un personaggio imprescindibile della storia europea, al punto che gli storici hanno ritenuto necessario inventare un'etichetta storiografica appositamente per lui, meticolosamente ritagliata intorno al suo profilo enigmatico e tagliente: l'età napoleonica... E l'aspetto che più stupisce è che la validità di applicazione di questa categoria storiografica in effetti travalica la sfera storico-politica o militare per allargarsi all'ambito giuridico, alla moda, al costume, all'estetica e al design, all'arte e alla letteratura. Come a dire che l'esperienza del contatto con Napoleone è stata un'esperienza totale. C'è perfino chi sostiene (György Lukacs) che il sentimento della storia, la consapevolezza del suo divenire si sono accesi nelle masse europee, fino ad allora sospese in un orizzonte senza tempo, a seguito delle campagne napoleoniche di conquista paneuropea. Insomma, quei 20 anni che intercorrono tra il 1795 e il 1815 sono come un tornado che devasta l'Europa con una forza imprevedibile e dirompente, un tifone che sconvolge gli ordinamenti, butta all'aria equilibri plurisecolari, provoca ovunque si abbatta lacerazioni profonde che potranno forse rimarginarsi ma non senza lasciare cicatrici. Sotto i colpi della Grande Armée è tutto un mondo anacronistico, con la sua grandezza arcaica e polverosa, che si riscopre disallineato con i tempi, superato e fragile come il cristallo, pronto ad infrangersi in mille pezzi sotto l'infuriare della bufera della storia. E l'incaricato dal destino ad eseguire questo disegno è Napoleone Bonaparte.
Il suo fulminante percorso non cessa di lasciarci stupefatti: sì, perché sulla carta Napoleone sembra il meno favorito dalle circostanze ad assurgere al ruolo di capo carismatico della nazione francese e poi a mito vivente - nel bene o nel male - di tutte le genti europee. Nato da una famiglia di origine toscana, cresce in un terra lontana dai salotti buoni della capitale, un'isola selvaggia e fiera, endemicamente percorsa da fremiti di autonomismo, una terra sottratta dalla Francia a Genova proprio nell'anno della sua nascita, il 1769. Anche le sue prime mosse nel mondo della politica sembrano maldestre, fuori misura: nutre sentimenti antifrancesi e simpatizza con la causa degli autonomisti còrsi, che finisce per comprometterlo; assume pose filo giacobine in un'epoca nella quale Robespierre domina la scena politica, così l'età del Terrore rischia di travolgere anche lui nel tempo della reazione termidoriana. Ma Napoleone è un abile navigatore, che sa superare secche e scogli per mezzo di un uso spregiudicato delle relazioni sociali: si fidanza con l'ex amante di Barras, Josephine de Beauharnais, donna di conturbante bellezza e spudorata modernità, e per suo tramite entra in contatto con i membri del Direttorio, nuovo organo politico della Francia rivoluzionaria nella fase di ritorno all'ordine sotto l'egemonia borghese. Napoleone sembra solo un giovane, brillante generale, del quale servirsi a piacimento per reprimere disordini interni e sventare colpi di stato legittimisti o neogiacobini. È un tecnico capace, più interessato alla carriera che alla coerenza ideologica (così pare), e per ciò stesso viene risparmiato dall'epurazione che investe la classe dirigente francese all'indomani della caduta di Robespierre.
Ma un giorno il giovane falco spiccherà il volo librandosi al di sopra di tutti gli altri. Dalla campagna d'Italia alla spedizione d'Egitto, da Marengo ad Austerlitz, Napoleone affronta e piega una coalizione di Stati dopo l'altra: la Gran Bretagna, nemica di sempre; l'Austria, campionessa dell'antico regime; la Prussia, disciplinatissima caserma d'Europa; e poi la Russia, il Regno di Napoli, l'impero Ottomano, il Regno di Sardegna... Napoleone, ovunque vada, porta scompiglio: un nuovo codice civile, una burocrazia efficiente e moderna, tecniche di combattimento all'avanguardia, un uso senza precedenti della comunicazione pubblica. Inventa nuove forme di potere, pericolosamente in bilico tra passato e futuro, come la dittatura plebiscitaria; sostituisce la nobiltà con un ceto di burocrati competenti e ben pagati; incardina una relazione con la Chiesa basata su un differente rapporto di forze; fa rivivere il sogno - e l'incubo - di un'Europa unita sotto una sola bandiera. La disastrosa campagna di Russia e le due sconfitte di Lipsia e di Waterloo, inframezzate dal romanzo febbricitante dei Cento giorni, infrangono le ambizioni sconfinate di un uomo odiato e amato come nessun altro, fonte di ispirazione per infinite opere letterarie ed artistiche, intrappolandolo in un'isola-carcere fuori dalle rotte della civiltà. Tormentato dall'ingombrante passato, corroso dai travasi di bile, se ne va Napoleone in punta di piedi in quel 5 maggio 1821, che ha ispirato un altro indimenticato capolavoro della letteratura italiana: Ei fu. Siccome immobile, / dato il mortal sospiro...
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