giovedì 22 gennaio 2026

8.4 - L'aroma che risveglia la ragione: il caffè dei Lumi

 

C’è un profumo che segna una soglia. Non è solo un aroma, ma un varco: da una parte il mondo del tempo ciclico, della contemplazione, delle spezie che chiudono il pasto e sigillano lo stomaco come si sigilla un rito; dall’altra, l’irruzione di una bevanda nera e bollente che non invita al raccoglimento, ma alla veglia, alla parola, al pensiero che corre più veloce del sonno.
Il caffè entra nella storia europea come un piccolo scandalo dei sensi, e ne esce come uno dei motori silenziosi della modernità.

Prima di lui, a fine pasto, venivano i confetti, l’ippocrasso, le architetture di zucchero: dolcezze preziose, medicate, lente, figlie di un mondo in cui il banchetto è cerimonia e ostentazione, e il piacere ha ancora il passo solenne del simbolo. Poi, dalle montagne d’Etiopia e dai riti notturni dei sufi yemeniti, arriva una bevanda che non placa, ma accende; che non chiude il corpo, ma apre la mente. Dalla qishr speziata dei dervisci alla qahwa delle caffetterie ottomane, il caffè diventa compagno della preghiera vigile, della narrazione pubblica, del dibattito che si accende tra estranei seduti allo stesso tavolo.

Quando sbarca in Europa, non porta soltanto un gusto nuovo: porta un diverso modo di stare insieme. Le coffee houses di Venezia, Londra, Parigi e Vienna non sono taverne: al vino dell’oblio subentra la bevanda della lucidità. Nasce una socialità fondata sulla conversazione, sull’opinione, sulla discussione regolata. Con una moneta qualunque si compra non solo una tazza, ma l’accesso a una “università del popolo”, dove il rango resta alla porta e la parola circola libera. Qui si forma quella che cominciamo a chiamare opinione pubblica; qui la filosofia scende dalle accademie e si siede tra i giornali, le satire morali, le cronache di costume.

Il caffè diventa così il carburante discreto dell’Illuminismo: lo bevono i redattori, gli enciclopedisti, i polemisti, gli instancabili artigiani della ragione. Lo raccontano i medici che ne lodano le virtù, i moralisti che ne temono l’eccesso, i musicisti che lo trasformano in cantata, i filosofi che, tra un sorso e l’altro, riscrivono il mondo. È una bevanda che parla ai nervi, ai sensi, all’attenzione: perfetta per un secolo che scopre che le idee nascono dall’esperienza, che la mente è una pagina su cui il corpo scrive.

E intanto, dietro quella tazzina elegante, si allunga l’ombra delle rotte coloniali, dei porti affollati, delle piantagioni lontane. Il caffè è anche merce imperiale, dolcezza amara di un progresso che si alimenta di scambi diseguali. Modernità, appunto: luce e ombra, slancio e costo, entusiasmo e contraddizione.

In questa lezione abbiamo seguito il caffè come si segue un filo nero che attraversa secoli e continenti: dai chiostri ideali del Medioevo alle piazze rumorose delle città moderne, dalle spezie medicinali al tempo cronometrico dell’orologio, dalla salvezza dell’anima al miglioramento del mondo. Perché a volte la storia cambia non con il fragore delle rivoluzioni, ma con un gesto ripetuto ogni mattina: portare alle labbra una tazza fumante, e scegliere di restare svegli…

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lunedì 15 dicembre 2025

8.3 - Meraviglie di ingranaggi e stelle: il Barocco dell’orologio e del cannocchiale

 

Ogni civiltà elabora una risposta condivisa a una domanda essenziale: quale posto occupa l’essere umano nel mondo e quale significato assume il tempo della sua esistenza. Queste risposte non sono mai soltanto individuali, ma si formano all’interno di una cornice culturale comune, che orienta il modo di pensare, di sentire e di rappresentare la realtà. Il Seicento è uno dei momenti storici in cui tale cornice entra in crisi in modo particolarmente evidente.

La comparsa e la diffusione di nuovi strumenti di osservazione e di misurazione – il cannocchiale e l’orologio meccanico – incidono profondamente sul rapporto dell’uomo con il cosmo e con il tempo. La scienza genera tecnologia, e questa tecnologia rende possibile uno sguardo prima impensabile: il cielo non appare più come uno spazio perfetto e immutabile, e il tempo non è più soltanto esperienza vissuta o ciclo naturale, ma diventa quantità misurabile, scomponibile, astratta. A loro volta, le nuove osservazioni incrinano le teorie tradizionali, aprendo una fase di ridefinizione del sapere e delle immagini del mondo.

Il Barocco è l’età della meraviglia, dello stupore per ciò che si rivela nuovo e inatteso. Ma è anche l’età dell’inquietudine. Gli strumenti che ampliano lo sguardo e promettono una conoscenza più profonda rivelano, al tempo stesso, la fragilità delle certezze ereditate. La precisione dell’orologio e la potenza del cannocchiale non conducono a una pacificazione dello sguardo, bensì a una nuova consapevolezza del limite.

Arte e letteratura registrano con intensità questa ambivalenza. Nei testi poetici, nelle allegorie pittoriche, nelle nature morte e nelle vanitas, gli strumenti del sapere convivono con i segni della caducità. L’orologio diventa emblema del tempo che consuma ogni cosa; il cannocchiale, simbolo di uno sguardo che osa spingersi oltre, ma che non può sottrarsi al rischio dell’illusione. Vanitas e memento mori non negano il progresso tecnico: ne svelano il rovescio, ricordando che la crescita del sapere non dissolve l’ombra del finire.

Il rapporto fra scienza e tecnica si configura così come un movimento circolare: gli strumenti rendono possibile nuove scoperte, e le scoperte generano strumenti sempre più raffinati, in un processo che ridefinisce continuamente il modo di pensare il tempo, lo spazio e la posizione dell’uomo nell’universo. Il mondo si fa più leggibile, ma anche più complesso; più misurabile, ma meno rassicurante.

Oggi, come allora, nuove macchine ridisegnano il nostro orizzonte simbolico. Robotica e intelligenza artificiale non sono soltanto dispositivi funzionali, ma strumenti che interrogano l’idea stessa di intelligenza, di tempo, di identità. Come nel Seicento, lo stupore per la potenza tecnica si accompagna a una sottile inquietudine. Ogni ingranaggio che si perfeziona, ogni sguardo che si spinge più lontano, ci costringe a chiederci chi siamo e che cosa stiamo diventando. E forse, come allora, non è tanto la risposta a definirci, quanto il modo in cui impariamo a porre di nuovo la domanda.

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martedì 18 novembre 2025

8.2 - L'arte di perdersi e ritrovarsi: nel labirinto del Rinascimento

 

Nella lunga storia dell’immaginario occidentale, pochi simboli hanno conosciuto metamorfosi tanto profonde quanto il labirinto. Dalla Creta minoica alla cella penitenziale delle cattedrali gotiche, esso era stato anzitutto figura dell’errore, dell’inganno, della colpa da espiare. Ma il Rinascimento — quell’età inquieta e febbrile che amò la riscoperta dell’antico quanto il gusto della meraviglia — mutò il significato del labirinto, aprendolo a nuove, sorprendenti declinazioni.

In questa lezione tenteremo di attraversare quel cambiamento: un viaggio che comincia nelle sale del Palazzo di Cnosso, passa attraverso i pavimenti scolpiti delle nostre chiese medievali, e sboccia infine nei giardini delle ville venete, nelle stanze enigmatiche dei palazzi signorili, nella letteratura cavalleresca e nelle inquietudini politiche dei grandi storici dell’epoca. Il labirinto diventa luogo di gioco e di seduzione, come nella Venezia dei Barbarigo; teatro di illusioni e desideri nell’Orlando Furioso; spazio di smarrimento morale nella Gerusalemme liberata; metafora potentissima della storia e del potere in Machiavelli e Guicciardini, che più di altri compresero come la politica sia un gomitolo di vie tortuose dove l’apparenza inganna e la verità non ha foro cui appellarsi.

Ma sarà anche un viaggio per immagini: mosaici romani, labirinti gotici, affreschi rinascimentali, mappe incerte del Nuovo Mondo — perché l’età delle scoperte fu, in fondo, un altro modo di misurarsi con un mondo inesplorato, con coste che sembravano disegnate da una mano esitante, con culture percepite come un enigma da decifrare.

E infine, come sempre accade quando il simbolo è vivo, il percorso ci porterà oltre l’antico e oltre il Rinascimento: nel labirinto musicale di Bach, dove le fughe intrecciano voci come corridoi invisibili, e nella sensibilità contemporanea che continua a vedere nel labirinto il volto della nostra stessa condizione — disorientata, multipla, interconnessa.

Non si tratta, dunque, soltanto di raccontare un simbolo, ma di abitare un’esperienza: il piacere di perdersi e l’esigenza di ritrovarsi, la vertigine dell’ignoto, la ricerca ostinata di un centro. Il Rinascimento ci insegna che il labirinto non è soltanto uno spazio fisico o un dispositivo narrativo, ma un modo di guardare al mondo: una forma mentale, un metodo conoscitivo, talvolta persino un destino...

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lunedì 20 ottobre 2025

8.1 - La rosa: quintessenza del Medioevo

 

Ci sono simboli che attraversano i secoli come fili d’oro nella trama della cultura.

La rosa è uno di questi: fragile e potente, terrena e celeste, fiore e concetto insieme.
Nel Medioevo essa divenne molto più di un’immagine ornamentale: fu la chiave di un intero universo mentale, la forma in cui si rispecchiava l’armonia del creato e la promessa di un ordine superiore.

Per l’uomo medievale, il mondo non era un insieme di oggetti, ma un tessuto di segni. Ogni cosa – pietra, fiore, animale, stella – custodiva un significato da decifrare.
Capire significava interpretare, tradurre il visibile nell’invisibile.
E in questo linguaggio simbolico, la rosa occupava il centro: bianca come la verginità di Maria, rossa come il sangue del Cristo, perfetta come il cerchio delle vetrate gotiche che, nelle cattedrali, la trasformavano in luce teologica.

Nella rosa si incontravano i saperi: la teologia e la medicina, la poesia e l’alchimia, la botanica e la pittura.
Era una quintessenza, per usare la parola cara ai filosofi e agli alchimisti del tempo: la distillazione della purezza, la materia trasfigurata in spirito.
Ma in quella stessa immagine, la cultura medievale riconobbe anche il mistero della vita e della generazione.
Nel Roman de la Rose, nel linguaggio cortese e perfino nei testi sacri più audaci, la rosa diventa emblema dell’amore terreno, del desiderio che partecipa del divino perché rinnova la creazione.
Fiore della carne e del cielo, la rosa custodisce insieme la promessa della verginità e l’ebbrezza dell’unione: il punto in cui la sensualità si fa linguaggio spirituale e il corpo diventa simbolo del mondo.

Eppure, dietro la devozione e la bellezza, si avverte anche un senso di smarrimento e di nostalgia.
La rosa è simbolo di purezza e di caducità, di rivelazione e di perdita: nasce per fiorire e per morire.
Nel suo profumo, il Medioevo riconosceva la fragilità dell’esistenza; nella sua forma perfetta, la tensione verso ciò che non muore.

Studiare la rosa nel Medioevo non significa soltanto inseguire un simbolo, ma comprendere un modo di pensare e di credere, in cui la conoscenza era sempre un atto morale.
Perché la bellezza, allora, non era evasione, ma via di accesso al vero.
E forse, in un tempo come il nostro – che tutto decifra ma poco comprende – tornare a quella rosa, alla sua grazia rigorosa e al suo segreto linguaggio, può ancora insegnarci a riconoscere nel mondo un senso, e in noi stessi un limite.

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mercoledì 8 ottobre 2025

ANNO ACCADEMICO 2025/26


Viaggio nell’immaginario occidentale dal Medioevo a oggi.

(8 percorsi di storia, letteratura, filosofia, arte e musica).


  1. Tra visibile e invisibile: la rosa, quintessenza del Medioevo
    Giovedì 23 ottobre 2025 / ore 20 - 22


  1. L’arte di perdersi e ritrovarsi: nel labirinto del Rinascimento
    Giovedì 27 novembre 2025 / ore 20 - 22


  1. Meraviglie di ingranaggi e stelle: il Barocco dell’orologio e del cannocchiale
    Mercoledì 17 dicembre 2025 / ore 20 - 22


  1. L’aroma che risveglia la ragione: il caffè dei Lumi
    Giovedì 22 gennaio 2026 / ore 20 - 22


  1. Di cuori e bandiere: Romanticismo, eroismo e libertà
    Giovedì 26 febbraio 2026 / ore 20 - 22


  1. Vapore, fischi e rotaie: l’Ottocento in corsa tra passato e futuro
    Giovedì 26 marzo 2026 / ore 20 - 22


  1. Fotogrammi di luce: il cinema, specchio magico del Novecento
    Giovedì 23 aprile 2026 / ore 20 - 22


  1. Pallide sfere in orbita: il satellite, visione e potere del nostro tempo

Giovedì 21 maggio 2026 / ore 20 - 22


giovedì 15 maggio 2025

7.8 - C’era una volta la Jugoslavia: orrore in diretta TV (1991-99)

 


Una terra composita, ricca di voci e di popoli, dove si intrecciavano alfabeti, religioni, memorie, guerre e speranze. Sei repubbliche, due province autonome, tre religioni, quattro lingue, due alfabeti, un partito solo. Una costruzione fragile, tenuta in equilibrio dal carisma di un solo uomo: Josip Broz Tito. Ma anche le strutture più imponenti, se fondate su linee di faglia, prima o poi crollano.

Tutto comincia molto prima della fine. L’idea jugoslava nasce nel sangue, nei conflitti dell’età degli imperi, tra Vienna e Istanbul, tra Roma e Berlino. Si consolida con la guerra mondiale, si ricompone sotto la bandiera della resistenza antifascista, si plasma infine nel socialismo autogestito, né sovietico né capitalista, un’anomalia lucida che per qualche decennio riesce a funzionare.

Tito è tutto. Il leader partigiano che libera Belgrado senza l’aiuto diretto degli eserciti stranieri; l’alleato di Churchill e Roosevelt, ma anche il nemico di Stalin; il fondatore del Movimento dei Paesi non allineati; il padre di una patria multietnica e indisciplinata che lo venera come simbolo e garante della coesistenza. Finché lui c’è, la macchina funziona. Poi, il vuoto.

Alla sua morte, nel 1980, qualcosa si spezza. Le tensioni etniche che l’autorità carismatica aveva represso riemergono in superficie. Le riforme liberiste degli anni Ottanta, dettate dal Fondo Monetario Internazionale, precipitano milioni di persone nella povertà. La storia viene riscritta in chiave etnonazionalista, e i fantasmi del passato tornano ad armare le mani dei presenti.

Slobodan Milošević, il “Gorbaciov di Belgrado”, si presenta come difensore dei serbi ovunque essi si trovino. Ma la sua idea di Jugoslavia è diversa: non più un mosaico, ma una piramide con un solo vertice. Nel frattempo, gli altri popoli – croati, sloveni, bosgnacchi, kosovari – intravedono l’unica via d’uscita nella secessione. La Jugoslavia si disintegra tra referendum e cannoni.

Nel volgere di pochi anni, il cuore dei Balcani si trasforma in un inferno: Vukovar, Dubrovnik, Sarajevo, Srebrenica diventano nomi che non evocano solo città, ma simboli di assedi, massacri, stupri etnici, genocidi. La televisione trasmette l’orrore in diretta, giorno dopo giorno, come un reality dell’apocalisse.

Le potenze occidentali, inizialmente lente, poi più risolute, intervengono nel 1999 con la NATO. Belgrado viene bombardata. Milošević, il “macellaio dei Balcani”, finirà in carcere, ma senza che un vero processo arrivi mai a conclusione. L’ex Jugoslavia non esiste più: al suo posto, sette stati, ognuno con ferite aperte, memorie non pacificate, sogni incerti.

Eppure, nonostante tutto, i ponti si ricostruiscono: il Ponte di Mostar, abbattuto nel 1993, rinasce nel 2004 come simbolo di possibile riconciliazione. Le bandiere sono cambiate, ma le strade, le piazze, le canzoni, i cibi e i tratti del volto ricordano ancora a tutti che, un tempo, c’era una volta la Jugoslavia.

venerdì 25 aprile 2025

7.7 - Anni di piombo: nel tempo del terrore e dei cattivi maestri (1963-1982)

 

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La parola “piombo” richiama alla mente un metallo pesante, freddo, opaco. Ma nell’Italia tra il 1969 e il 1982 quel piombo ha un suono sinistro, tragico: è quello degli spari nelle piazze, delle esplosioni nelle banche, delle pallottole che mettono fine a vite e speranze. È un'epoca in cui la tensione politica si fa materia incandescente, attraversando il corpo della società come una febbre violenta.

Tutto comincia molto prima, sulle macerie della Seconda guerra mondiale. L’Italia liberata nel 1945 è un paese povero, lacerato, ma anche animato da una straordinaria energia. Si avvia la ricostruzione, si scrive la Costituzione, si vota per la Repubblica e, nel 1948, si tengono le prime elezioni democratiche in un clima già avvelenato dallo scontro ideologico tra Est e Ovest. L’aiuto americano del Piano Marshall, l’ingresso nella NATO e l’avvio del miracolo economico sembrano promettere una nuova stagione di stabilità e benessere.

Ma sotto la superficie luccicante delle lavatrici e delle automobili, qualcosa ribolle. I movimenti operai, soprattutto nel Nord industriale, cominciano a pretendere non solo salari, ma dignità. Gli studenti, nel Sessantotto, invocano libertà, immaginazione, nuovi orizzonti. È una generazione che rifiuta di accettare il mondo così com’è. Ma a quella spinta ideale si affianca, presto, un lato oscuro.

L’Italia entra in un’epoca che qualcuno ha definito “guerra civile a bassa intensità”. Le piazze si infiammano. Le stragi di Stato, come quella di Piazza Fontana (1969), aprono la stagione del sospetto. La cosiddetta strategia della tensione si propone – secondo molti – di generare paura per giustificare una stretta autoritaria. Gruppi neofascisti come Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale colpiscono con bombe e attentati. Dall’altra parte, fioriscono sigle della sinistra rivoluzionaria: tra tutte le Brigate Rosse, protagoniste del sequestro e dell’omicidio di Aldo Moro nel 1978.

Non è solo una storia di sangue. È anche la parabola di una generazione che si illudeva di poter cambiare il mondo con la forza. Nelle università, nelle case occupate, nei collettivi, si teorizza una nuova società; ma spesso, a fianco dei libri, si affilano le armi. Emergono figure controverse: Toni Negri, Adriano Sofri, Curcio e Cagol. I cosiddetti “cattivi maestri” che, con il loro carisma e la loro retorica, ispirano molti giovani a imboccare la via della lotta armata.

Anche l’estrema destra, d’altro canto, agisce nell’ombra. Si muove tra piazze come San Babila, simbologie fasciste e connessioni con apparati deviati dello Stato. Il tentato golpe Borghese, la rete clandestina Gladio, il misterioso Piano Solo gettano un’ombra inquietante sulle istituzioni democratiche.

Alla fine, l’Italia uscirà da quel tunnel non con la rivoluzione, ma con il riflusso. Saranno gli anni Ottanta, con la loro televisione commerciale, la pubblicità, il consumismo sfrenato, a spegnere i fuochi delle ideologie. Si impongono nuovi idoli: l’efficienza, la bellezza, il successo. Il sogno del Sessantotto si dissolve nei riflettori di Drive In.

Ma il piombo resta. Nella memoria, nelle cicatrici, nelle biografie spezzate. E nel bisogno – oggi più che mai – di riconoscere, capire, riflettere. Perché se la storia non è maestra, almeno può essere specchio...