domenica 20 ottobre 2019

2 - Il mito delle 'origini': rifondare il cristianesimo tra utopia e incubo



Un fattore fondamentale di discontinuità storica fra Medioevo ed età moderna è l'evento traumatico della frattura della cristianità. Certo, a ben vedere la fine dell'universalismo cristiano si era già consumata nel lontano 1054, con quel Grande Scisma (o Scisma d'Oriente) che aveva prodotto due varianti di cristianesimo: quello 'del giusto credo', ovvero 'ortodosso', che faceva capo al patriarca di Costantinopoli e raccoglieva le Chiese orientali; e quello autoproclamatosi 'universale', cioè 'cattolico', che riconosceva il primato del papa di Roma e stringeva in un abbraccio fraterno le Chiese latine, ovvero quelle europee. Assodato che la frattura c'era stata effettivamente, ed era stata indubbiamente grave, rimane il fatto che per tutto l'alto e il basso Medioevo la Chiesa gioca la partita della grande istituzione ad ambizione universalistica. Presente in tutti i tavoli che contano, la Chiesa ambisce ad essere il banco che distribuisce le carte e stabilisce le regole, regole che consolidano la sua posizione e le concedono totale autonomia di movimento. E' - o vorrebbe essere - la grande burattinaia d'Europa. Ma la Chiesa era anche più di questo: era la fonte stessa dell'identità dei popoli europei. Se il Medioevo è il grande laboratorio degli stati nazione, ciascuno con la propria specifica identità, tale identità è plasmata a partire dalla grande matrice comune, quella cristiana. E per molto tempo conta di più il patto di solidarietà che stringe tra loro i cristiani di quanto non faccia il parlare una stessa lingua o essere sudditi di uno stesso re, duca o signore. E infatti la parola del papa viene ascoltata indistintamente in tutta Europa, come dimostra, ad esempio, il fenomeno storico delle crociate o alcuni episodi della lotta per le investiture, come la penitenza di Enrico IV a Canossa. La rottura di questo vincolo è dunque veramente un fatto epocale. Ma si tratta anche di un fatto improvviso, incomprensibile ed imprevedibile?
Se dovessimo rispondere basandoci sulla debolezza e sulla contraddittorietà della reazione della Santa Sede alle 95 tesi di Lutero, potremmo concludere che in effetti si è trattato di un evento sorprendente e in definitiva inconcepibile da un uomo di quel periodo storico. Può infatti apparire strano che la Chiesa non sia intervenuta in maniera decisa, vigorosa ed efficiente, come più volte aveva saputo fare in passato, ad esempio nella lotta contro gli imperatori tedeschi Federico Barbarossa o Federico II di Svevia.
Forti delle nostre conoscenze storiche e del proverbiale senno del poi, noi possiamo invece fornire un lungo elenco di segnali che facevano presagire il cammino che la storia stava imboccando. Eccone alcuni:

1) gli oltre 70 anni di cattività avignonese erano già stati un segnale inequivocabile della perdita di prestigio patita dalla Chiesa tardo medievale. La lunga parentesi avignonese si chiude solo per l'indebolimento della monarchia francese, impegnata nella guerra dei cent'anni, e nel peggior modo possibile: con un travagliato ritorno a Roma, pagato al prezzo di decenni di lotte intestine nel seno della Chiesa. Il grande e il piccolo Scisma d'Occidente evidenziano una drammatica fragilità di sistema, che genera una proliferazione di papi ed antipapi, lasciando i cristiani disorientati e costernati;
2) la confusione e lo sgomento favoriscono il fiorire di nuove eresie, che non si limitano a contestare la degenerazione della Chiesa come sistema di potere, ma investono il significato stesso e la funzione della Chiesa come istituzione  deputata ad intermediare i rapporti fra i fedeli e Dio. Le più note fra queste eresie sono quelle promosse in Inghilterra da John Wycliff e in Boemia da Jan Hus: eresie che avranno un grande e duraturo seguito;
3) anche gli intellettuali quattrocenteschi, nutriti di cultura umanistica, finiscono per muovere una critica serrata alle tradizionali manifestazioni di religiosità, che appaiono ai loro occhi forme superstiziose e basate su sovrastrutture e fraintendimenti dei testi sacri. Fra questi pensatori ha un ruolo di primo piano Erasmo da Rotterdam, che non è però l'unico;
4) c'è poi da ricordare tutta una sensibilità esasperata, che si esprime anche nei capolavori artistici dell'età rinascimentale: un'attesa millenaristica, che prevede un drammatico passaggio dell'umanità tra eventi apocalittici il cui annuncio è scritto nelle stelle. Gerolamo Savonarola è sicuramente un interprete di questa ossessione del peccato e di attesa del giudizio, che fa disperare della salvezza.

A noi che scriviamo 500 anni dopo i fatti di Wittenberg la strada della riforma appare spianata ed inevitabile: resta da chiarire se si tratti di realtà o di un potente effetto di deformazione prospettica...



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martedì 8 ottobre 2019

1 - ‘Storie dell’altro mondo’: incontri (e scontri) fra civiltà aliene



Tante sono le ragioni che spingono a considerare i decenni del tardo Quattrocento e del primo Cinquecento una fase decisiva per lo sviluppo della civiltà occidentale quale oggi la conosciamo: il fiorire in Italia della cultura umanistico-rinascimentale, che modifica in profondità la visione del mondo proponendo il paradigma di una cultura laica incentrata su una concezione forte dell'uomo, artefice del proprio destino, piccolo dio che plasma la Terra a suo piacimento sottoponendola ad una Genesi eternamente rinnovata; la rottura dell'unità cristiana da parte del protestantesimo, che ridimensiona le storiche ambizioni della Chiesa di giocare sul continente europeo il ruolo dell'istituzione universale; la caduta dell'impero bizantino, con la sua millenaria sapienza e la sua preziosa eredità culturale e religiosa; l'affacciarsi in Europa di un nuovo temibile avversario, i Turchi Ottomani, pronti a travolgere le difese europee indebolite dai conflitti interni, di natura territoriale e religiosa, fino a portare la loro minaccia alle porte di Vienna; l'affermarsi delle monarchie nazionali - Spagna, Portogallo, Francia, Inghilterra - quali nuove protagoniste della politica continentale, mentre il Sacro romano impero di nazione germanica rimane paralizzato nel labirinto delle proprie contraddizioni; e infine il tramonto della cavalleria, con il suo codice di comportamento e di valori, sostituita dalle nuove tecniche di combattimento, moderne e vigliacche, per le quali non fa più molta differenza l'eleganza del gesto e il coraggio dell'anima, quanto la possibilità di investire capitali in 'ricerca e sviluppo' intorno alle 'nuove tecnologie' (armi da fuoco, nuovi presidi difensivi, ecc.) e il disciplinato coordinamento dei reparti dell'esercito.
Ma certamente l'evento che segna nell'immaginario collettivo il trapasso dal Medioevo all'età moderna è l'inizio di una stagione febbrile di viaggi di esplorazione e di scoperta geografica. Cristoforo Colombo, Armando Diaz, Sebastiano Caboto, Amerigo Vespucci, Giovanni da Verrazzano, Antonio Pigafetta, Ferdinando Magellano, Pedro Alvares Cabral e molti altri navigatori e avventurieri si diedero a percorrere instancabilmente le vie del mare, dando un contributo fondamentale alla conoscenza del mondo e colmando una lacuna culturale che non era solo del Medioevo ma anche della coltissima Antichità. L'età delle scoperte geografiche fa fare alla civiltà europea un salto di qualità senza precedenti nella storia umana. Certo, non sarebbe corretto dire che il Medioevo ebbe orizzonti ristretti per tutti i mille anni della sua durata: d'altro canto, ai secoli di autoconsumo, di scomparsa delle città e di ritorno delle foreste e dei lupi, succedettero nel '200 gli straordinari decenni della Via della seta, che consentì a molti mercanti coraggiosi di alimentare i propri traffici da una parte all'altra del mondo. Ma è solo con il Cinquecento che la civiltà occidentale esce dal proprio spazio di incubazione, esporta se stessa e si radica in tutto il mondo in maniera irreversibile, mostrando di essere, fra le culture umane, quella evolutivamente più matura, ed anche quella più spregiudicata. Caravelle, galeoni e cannoni. Spirito di avventura, slancio utopico, ma anche pragmatismo, imposizione violenta, disumanità e schiavitù. Grandi navigatori e conquistadores avidi di ricchezze e assetati di sangue. Fa riflettere la sistematica distruzione di paesaggi e popolazioni messa in atto dagli europei nel momento dell'incontro col diverso, fermo ad uno stadio più arcaico del cammino evolutivo.
Era iniziato un processo lento ma inesorabile, quello che avrebbe portato, attraverso la corsa agli imperi coloniali, all'età del villaggio globale e della mondializzazione, che rimpicciolisce il mondo e avvicina le persone, ma impoverisce le diversità culturali, globalizza allo stesso tempo beni e flagelli, e contamina anche gli angoli più remoti del nostro piccolo, minuscolo pianeta...

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giovedì 5 settembre 2019

Anno accademico 2019/20

DALL’EUROPA AL MONDO
l’età moderna


Risultati immagini per mappe antiche mondo


Carissimi, ecco la mia proposta di programma e di calendario per il corso di storia di quest'anno accademico. Il titolo è "Dall'Europa al mondo" ed abbraccia i tre secoli abbondanti che vanno dal 1492 al 1815, data quest'ultima da molti considerata il discrimine fra età moderna ed età contemporanea. Sono appunto i secoli in cui la civiltà europea, nata molto tempo prima in medio Oriente e cresciuta fra l'antica Grecia e Roma, esce dai confini del mondo medievale e si irradia in tutto il pianeta, dando origine a vasti e complessi imperi coloniali. Da questo punto di osservazione, la vista si amplia molto ed è già possibile distinguere il nostro tempo profilarsi in lontananza ed assumere contorni sempre più nitidi. Mi auguro che anche quest'anno vorrà unirsi a me una pattuglia di ardimentosi navigatori, che desideri tentare questa rotta intorno al mondo, fra le pagine ingiallite di una storia lontana nel tempo ma che appartiene a tutti noi...

prof. Stefano D’Ambrosio

1) ‘Storie dell’altro mondo’: incontri (e scontri) fra civiltà aliene
mercoledì 9 ottobre 2019 / ore 20-22


2) Il mito delle ‘origini’: rifondare il cristianesimo tra utopia ed incubo
mercoledì 23 ottobre 2019 / ore 20-22


3) Il grande ribaltone: alle radici di un’Europa a due velocità
mercoledì 6 novembre 2019 / ore 20-22


4) Complotti, massacri, penitenze e teste mozzate: l’età buia del sospetto
mercoledì 20 novembre 2019 / ore 20-22


5) Nel tempo di Renzo e Lucia: streghe, untori e carestie 
mercoledì 4 dicembre 2019 / ore 20-22


6) ‘Ridicolo’?! Ma tutto questo, madame... è Versailles!
mercoledì 18 dicembre 2019 / ore 20-22


7) ‘Giù le mani dal Parlamento’: la libertà inglese sfida l’assolutismo
mercoledì 15 gennaio 2020 / ore 20-22


8) Globalisti, politicamente corretti, inguaribili ottimisti: gli illuministi infiammano l’Europa
mercoledì 29 gennaio 2020 / ore 20-22


9) L’èra del progresso: il tempo senza ritorno delle macchine
mercoledì 12 febbraio 2020 / ore 20-22


10) Potere al popolo: i francesi fanno la rivoluzione
mercoledì 26 febbraio 2020 / ore 20-22


11) Leadership carismatica: Napoleone da giacobino a imperatore
mercoledì 11 marzo 2020 / ore 20-22


12) Restaurazione: la Vienna dei valzer e del ‘concerto europeo’
mercoledì 25 marzo 2020 / ore 20-22

lunedì 25 marzo 2019

12 - Il tempo della diplomazia: l'Italia del Magnifico equilibrio



Tra il Trecento ed il Quattrocento in Europa si affermano alcuni stati moderni, che sono il risultato di un processo - per lo più lento e faticoso - di riconquista, da parte delle rispettive monarchie, di territori divenuti autonomi di fatto nei secoli della disgregazione dell'impero carolingio. Questi nuovi protagonisti della politica europea sono la Francia, l'Inghilterra, la Spagna e il Portogallo. I primi due costruiscono la propria identità nei conflitti che, a più riprese, contrappongono le due sponde della Manica: dopo 250 anni circa, al termine di un ciclo di guerre culminato nella guerra dei Cent'anni, il cordone ombelicale che univa i due Paesi è definitivamente reciso e la storia di ciascuno seguirà traiettorie diverse. La successiva guerra tra la Francia e la Borgogna allarga i confini francesi e consolida la compattezza territoriale dello Stato in quel momento più forte d'Europa. Nella seconda metà del Quattrocento tanto la Francia quanto l'Inghilterra (quest'ultima dopo 30 anni di lotte di successione dinastica, passate alla storia sotto il nome di 'guerra della due rose') investiranno nella costruzione di un apparato burocratico centralizzato e assumeranno un ruolo importante nell'equilibrio politico europeo.
La Spagna e il Portogallo, invece, hanno una storia diversa, in primo luogo perché non hanno mai fatto parte dell'impero carolingio e non c'è quindi una degenerazione del sistema feudale da correggere. Lo stato moderno spagnolo si costituisce al termine di una lunga stagione di guerre combattute contro gli emirati arabi nella penisola iberica (Reconquista) e a seguito di un processo di fusione spontaneo tra regni confinanti, che ha risparmiato il Portogallo, compattatosi intorno alla figura carismatica del re portoghese Enrico il Navigatore. Sono proprio questi due Stati ad aprire all'Europa la via delle esplorazioni geografiche, che costituiscono un fortissimo fattore di discontinuità storica tra il Medioevo e l'età moderna. Dopo la scoperta dell'America, la Spagna acquisisce un potere enorme, in virtù di un flusso di ricchezze pressoché inesauribile su cui può contare in quanto monopolista dei traffici atlantici. Il regno dei sovrani cattolicissimi si avvia a vivere il proprio secolo d'oro, il Cinquecento.
Accanto a queste aree forti e proiettate dinamicamente verso il futuro, nel '400 l'Italia appare la bella addormentata d'Europa: è un territorio ancora ricchissimo, ma subisce la concorrenza dei nuovi pesi massimi della politica, coi quali stenta a rimanere competitiva perché troppo frammentata e perennemente coinvolta in conflitti locali; è il motore del pensiero, della cultura e dell'arte (siamo nell'età dell'Umanesimo e del Rinascimento), ma sul piano militare non può competere con le grandi monarchie nazionali. E quindi fa gola. Le guerre d'Italia scoppiano però solo alla fine del '400, nel 1494, e coinvolgeranno proprio gli Stati più forti d'Europa: Francia e Spagna.
Il '400 italiano è nettamente diviso in due momenti dalla pace di Lodi, del 1454. Nella prima fase Milano, Venezia, Firenze, Napoli e lo Stato pontificio si affrontano in continui conflitti senza esclusioni di colpi e sulla base di alleanze a geometria variabile: il risultato è che nessuno degli stati regionali nei quali l'Italia è divisa riesce ad affermarsi sugli altri. In alcuni momenti è Milano che sembra prevalere; in altri Venezia. Ma il timore che qualcuno, diventando troppo forte, finisca per unificare l'intera penisola spezza leghe solidissime, provoca bruschi voltafaccia e disinvolti salti della barricata. La pace di Lodi sancisce appunto la solenne rinuncia, da parte degli stati regionali, alle pretese di unificazione dell'Italia sotto un'unica monarchia. Questa affermazione di principio viene incardinata in un sistema che prevedeva l'immediata azione coordinata di tutti gli stati italiani contro lo stato che per primo si fosse abbandonato alla violazione del principio di equilibrio. Lorenzo il Magnifico, che governa Firenze tra il 1469 e il 1492, è il politico italiano che rappresenta più compiutamente lo spirito della pace di Lodi e che venne definito l'ago della bilancia della politica italiana, per la sua abilità diplomatica e la sua capacità di disinnescare crisi potenziali o in atto. La sua opera di infaticabile mediatore regala all'Italia decenni di relativa pace e di fioritura artistica e culturale, che costituiscono ancora oggi il contributo più straordinario che il nostro Paese ha da offrire al mondo, oggetto di inesauribile ammirazione per il genio italiano. Però, su un altro versante, gli anni successivi alla pace di Lodi condannano l'Italia all'irrilevanza politica, ad una lunghissima stagione di decadenza e all'asservimento alle più forti monarchie nazionali europee.
Dopo la morte di Lorenzo, l'equilibrio perfetto si rompe e l'Italia si trasforma in un campo di battaglia per oltre 60 anni, fino a quando la pace di Cateau-Cambrésis del 1559 assegnerà alla Spagna l'egemonia sul nostro Paese. Bisognerà aspettare tre secoli perché il timone dell'Italia torni nelle mani degli italiani, un popolo a quel punto non più ricco, non più avanzato né sul piano tecnologico né su quello culturale e sociale, certamente non più alla testa dell'Europa...

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mercoledì 13 marzo 2019

11 - Nazioni e cannoni: il nostalgico tramonto del Medioevo



Dopo la morte di Federico II di Svevia, i suoi eredi tentano per alcuni anni di portare avanti gli ambiziosi progetti ghibellini di restaurazione dell'Impero universale. Tuttavia, Corrado, Manfredi e Corradino vengono sistematicamente  sconfitti ed escono di scena. Mentre la Chiesa festeggia l'ennesimo trionfo, delle ambizioni imperiali si perdono le tracce: negli anni successivi al 1266 gli imperatori tedeschi appaiono sempre più incapaci di incidere nella politica europea e si trovano a barcamenarsi con difficoltà all'interno del caotico mondo tedesco. Fra tutti i protagonisti del secolo che va dalla morte di Corradino alla Bolla d'Oro (1356), vale la pena ricordare soltanto Enrico VII di Lussemburgo: in lui Dante aveva riposto le speranze di rientrare nella sua amata Firenze dopo circa un decennio di esilio; ma la spedizione in Italia di questo volenteroso imperatore finisce improvvisamente nel 1313 a Buonconvento, presso Siena. I Comuni, lungi dal piegarsi alle pretese imperiali, continuano a prosperare, e il sistema feudale nel centro-nord del Paese appare ormai superato. La Bolla d'Oro, in concreto, stabilisce definitivamente le regole per l'elezione dell'imperatore, ma il suo significato è ben altrimenti profondo: essa sancisce la chiusura del mondo tedesco in se stesso, e la rinuncia a qualunque velleità universalistica.
Quello che invece non ci si aspetta è il rapido deteriorarsi dei rapporti - tradizionalmente eccellenti - tra la Santa Sede e la monarchia francese, che - non dimentichiamolo - è appena stata beneficiata dalla Chiesa con l'attribuzione del trono di Napoli ad un fratello dello stesso re, Carlo d'Angiò. Per comprendere questo scontro, dobbiamo distinguere tra cause occasionali e cause profonde. Tra le prime va registrata la decisione di Filippo IV di Valois, noto con il soprannome di Filippo il Bello, di imporre le decime al clero francese: a questo affronto Bonifacio VIII - papa odiato tanto da Dante quanto da Jacopone da Todi - risponde con l'indizione del primo giubileo della storia, ostentazione muscolare dell'influenza che la Chiesa esercita sui fedeli, e con la bolla "Unam sanctam" del 1302. L'esito del conflitto è sconcertante: la condanna lanciata da Bonifacio VIII a Filippo il Bello cade nel nulla, mentre la corona francese riesce abilmente a umiliare il papa imprigionandolo nella sua residenza di Anagni. I cristiani rimangono a guardare. Cosa è cambiato dai tempi di Canossa, quando Enrico IV si era prostrato nella neve implorando il perdono?
La risposta a questa domanda ci porta ad individuare la cause profonde della crisi Francia-Chiesa. Lentamente, in Europa tutto sta cambiando: tramontano i plurisecolari protagonisti del Medioevo, la Chiesa e l'Impero, è giunta l'alba dell'Europa degli Stati-Nazione. Alcune monarchie europee sono da tempo impegnate in una faticosa riconquista dei territori ormai autonomi de facto per il collasso del sistema di controllo feudale. Ciò avviene in Inghilterra, sotto Enrico II il Plantageneto, e in Francia, sotto Filippo II Augusto e i suoi successori, Luigi VIII e Luigi IX il santo. Gli stati moderni si dotano di uffici burocratici centralizzati, di un esercito permanente, di un efficace sistema di riscossione delle tasse e di amministrazione della giustizia. Si cerca di contrastare la tendenza tipicamente feudale alla delega alla nobiltà di funzioni proprie dello Stato. Il risultato è la trasformazione del concetto stesso di monarchia: da re magistrato a re taumaturgo, insediato sul trono per diritto divino.
Lo stato moderno ha bisogno di ingenti risorse finanziarie e questo spiega l'attacco di Filippo il Bello ai privilegi degli ecclesiastici francesi. La debolezza della Chiesa si manifesta improvvisamente in tutta la sua evidenza. E sarà la cattività avignonese (1309-77): sette papi francesi e il trasloco della curia pontificia nella città situata alla foce del Rodano. Solo l'indebolimento della monarchia francese consente a Gregorio XI di riportare a Roma la capitale della cristianità, che - peraltro - pagherà questo tradimento con 40 anni di Grande Scisma, o Scisma d'Occidente (1378-1418).
Causa del temporaneo declino francese è la guerra dei Cent'anni, che scoppia all'atto dell'invasione inglese della Francia (1337). Questo lunghissimo conflitto è il laboratorio della modernità: vi si sperimentano nuove armi (l'arco lungo, la balestra, la bombarde e i cannoni) e nuovi modi di combattere. Tramonta la gloriosa cavalleria pesante che aveva fatto grande l'esercito franco sin dai tempi di Carlo Magno. In guerra non c'è più spazio per il coraggio, l'onore, l'eleganza del gesto tecnico: si muore colpiti da lontano, senza riguardo al merito individuale. Così, almeno, lamenta Ludovico Ariosto in un canto dell'Orlando furioso. La guerra, che si risolve nel 1453 con la vittoria di Carlo VII di Francia, tempra l'identità nazionale inglese e francese. A questi due Stati, ormai dotati di una fisionomia precisa, si somma la Spagna, che nasce da un matrimonio dinastico tra Ferdinando d'Aragona e Isabella di Castiglia (1469) e si forgia nella lotta contro il superstite sultanato nasrida di Granada. Dopo l'ultima vittoria sui musulmani, i sovrani spagnoli assumeranno l'appellativo di re cattolicissimi...
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martedì 26 febbraio 2019

10 - Il duro colpo della peste: squilibri, proteste e insidie



Da trecento anni la consistenza demografica dell'Europa andava aumentando, ad un ritmo di crescita non fulminante, ma continuo. L'incremento della popolazione aveva consentito la specializzazione dei mestieri e aveva sostenuto la nascita di una civiltà complessa, raffinata dal punto di vista culturale e relativamente ricca sul piano economico. La pietra angolare su cui questa costruzione era stata edificata continuava ad essere l'agricoltura. Dopo i progressi successivi all'anno Mille, tuttavia, le tecniche agricole non avevano visto innovazioni significative; solo l'estensione delle aree messe a coltura aveva garantito una produzione sufficiente a sfamare la crescente massa di persone. In tempi normali le annate cattive non si traducevano immediatamente in una carestia: i governi provvedevano a stoccare scorte alimentari e, in caso di loro esaurimento, si premuravano di acquistare cereali da luoghi sufficientemente lontani da non aver risentito dello scarso raccolto. La situazione comincia a farsi seria quando l'ampiezza delle aree interessate da un rendimento agricolo insufficiente si allargano a dismisura: a quel punto cercare di acquistare altrove diventa impossibile.
Ma perché la terra cessa all'improvviso di produrre abbastanza di che vivere? La risposta a questa domanda è cruciale per capire quell'imponente fenomeno di ristrutturazione economica che generalmente va sotto il nome di "crisi del Trecento". Premesso che la storiografia non ha ancora scritto l'ultima parola su questo tema, si è cercato di rispondere in vari modi.
In primo luogo sembra ormai acclarato che qualcosa cambia nel clima, proprio a partire dai primi anni del XIV secolo. Sta per cominciare la piccola èra glaciale, che si prolungherà fino a tutto il '600, con temperature medie annuali nettamente più basse rispetto ai secoli immediatamente successivi all'anno Mille. Il Reno, il Tamigi, la Senna congelano regolarmente durante l'inverno e diventano percorribili non solo a piedi, ma addirittura in carrozza. Sappiamo inoltre che all'inizio del '300 si succedono estati fredde e piovose, al punto che il grano non arriva a maturazione e marcisce ancora in pianta.
Ad aggravare la situazione delle campagne si somma la guerra: il Trecento è un secolo in cui i conflitti si moltiplicano, portando con sé la devastazione dei terreni coltivati. Si pensi soltanto alla guerra dei Cent'anni, scoppiata tra la Francia e l'Inghilterra nel 1337 e che si prolunga fino al 1453.
Un altro aspetto da considerare è il rapido esaurimento della fertilità dei suoli più difficili: campi coltivati a 1500 m. d'altezza, zone acquitrinose strappate alla palude, aree ricondotte all'agricoltura dopo un'intensa attività di disboscamento. Tutte queste terre poco adatte alla coltivazione avevano inizialmente risposto bene all'attività agricola perché rimaste incolte per secoli. Sottoposte ad intenso sfruttamento, esse manifestano ben presto i loro limiti intrinseci e vengono pertanto abbandonate. Nel corso del '300 sono moltissimi i villaggi che scompaiono ed è la foresta a riguadagnare terreno.
In uno scenario in cui la popolazione europea si trova indebolita dalla fame, al punto che alcuni storici ammettono l'esistenza di fenomeni come l'infanticidio ed il cannibalismo, si innesta lo spaventoso flagello della pesta nera.
Il morbo, di cui si leggeva nelle antiche cronache, era scomparso dal continente almeno da cinque secoli, ovvero dall'età carolingia. Da allora, il basso Medioevo aveva visto fiorire una civiltà originale e complessa. Proprio la sua ricchezza è, in un certo senso, la causa della pandemia. L'espansione dell'impero mongolo a partire dal 1215 garantisce una via di comunicazione sicura tra l'Occidente e l'Oriente favoloso del Cataj e del Gran Khan. Carichi preziosi ed immense ricchezze vengono trasportate via terra e via mare, attraverso la via della seta e le città portuali del Vicino Oriente, del mar Nero, dell'Egitto. E' proprio da uno di questi empori - la cittadella genovese di Caffa - che giunge in Italia il bacillo della pasteurella pestis, ribattezzata nel 1894 yersinia pestis in onore del medico e biologo che per primo la isolò. Ne sono portatori inconsapevoli i ratti neri, onnipresenti nelle stive delle navi, e ne sono veicolo di contagio le loro pulci, il cui morso va ad infettare gli animali domestici e l'uomo. Un'ondata di morte si abbatte su tutto il continente tra il 1347 e il 1351, con una coda che si estende sino al 1353. Almeno 1/3 della popolazione europea non supera la crisi. E da quel momento la peste rimane una presenza costante nella vita di ogni generazione: la chiamano la morte nera ed è un'ospite inquietante, che chiede con inesorabile ciclicità il proprio tributo di sangue umano. Il crollo demografico e la convivenza forzata con il terrore della morte cambia decisamente gli equilibri in gioco ed innesca un effetto domino i cui effetti sono destinati a manifestarsi in un periodo di tempo molto lungo...
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mercoledì 13 febbraio 2019

9 - L'Italia contro: l'eterna lotta tra guelfi e ghibellini



Nel nostro immaginario relativo al Medioevo, accanto ai castelli, ai cavalieri, alle giostre e alle donne angelo di stilnovistica memoria, c'è un posto assicurato alle continue guerre che nel corso di 150 anni contrapposero in Italia due fazioni irriducibili: quella dei guelfi e quella dei ghibellini. Non esiste letteralmente studente che, affrontando la vita di Dante Alighieri o applicandosi alla lettura della Divina Commedia, non si sia imbattuto anche solo per sbaglio nella stagione degli esili, dei ribaltamenti di fronte e delle alleanze fra Comuni gemellati, auspice la comune fede guelfa o ghibellina. Ma da dove traggono origine questi termini e cosa significano?
Contrariamente a quanto molti pensano, le etichette storiche di 'guelfi' e 'ghibellini' non nascono in Italia, bensì in Germania. Il loro terreno di coltura sono le guerre di successione dinastica che si scatenano alla morte dell'imperatore Enrico V nel 1125, cioè subito dopo la tregua siglata dalla Chiesa e dall'Impero nella logorante lotta per le investiture (Concordato di Worms, 1122). Il mondo germanico si polarizza intorno a due potenti famiglie dell'aristocrazia feudale, che si danno battaglia per occupare il trono vacante: gli Hohenstaufen, duchi di Svevia, il cui quartier generale è il castello di Waiblingen; e i duchi di Baviera, la cui base è il castello di Welf. Questa partita si conclude con l'affermazione di Federico I di Svevia, soprannominato il Barbarossa, ma la fortuna dei due toponimi 'Waiblingen' e 'Welf' valica i confini della Germania per attecchire in Italia. Quale Italia?
L'Italia dei Comuni. La fioritura dei Comuni italiani è proprio legata alle vicende tedesche, ed in particolare alla disgregazione profonda che il Sacro Romano Impero di nazione germanica sperimenta dopo la stagione di rinnovata vitalità dell'età ottoniana. Il punto più basso di questa disgregazione della struttura feudale dello Stato si consuma proprio nelle lotte di successione dinastica appena citate. Ne approfittano le città italiane, che vivono una vera e propria rinascita dopo l'anno Mille e, dotandosi di uno statuto, danno vita ai Comuni. La loro esistenza costituisce un atto di disubbidienza e di illegalità rispetto alle norme del diritto feudale. Per questa ragione, non appena il rex Germanorum, dopo aver ridotto all'obbedienza i baroni tedeschi, è nelle condizioni di poter intervenire, scende in Italia per ristabilire il controllo su un territorio in preda, dal suo punto di vista, all'anarchia. Ecco allora che proclamarsi 'ghibellino' ('waiblingen') significa schierarsi dalla parte dell'imperatore e del suo diritto di regolare la vita politica italiana. In modo complementare, dichiararsi 'guelfo' ('Welf') significa contrastare l'imperatore, facendo perno sull'altra autorità presente sul suolo italiano: quella del papa.
Va detto che Federico Barbarossa si muove bene in Italia: fa leva sulle eterne diffidenze che lacerano il quadro politico comunale, presentandosi agli occhi dei Comuni più piccoli come il baluardo dagli attacchi predatori dei Comuni più grandi e potenti. Cinge la corona di ferro e poi si fa incoronare imperatore da Adriano IV, in cambio di un intervento di repressione nei confronti del tribuno Arnaldo da Brescia, leader di una rivolta popolare contro il potere pontificio, il quale finirà sul rogo. Proprio sul più bello, Federico è costretto a ripiegare in Germania per sedare una rivolta di baroni, che hanno rialzato la testa approfittando della sua lontananza. Qualche anno dopo (siamo ormai nel 1158) Federico ci riprova: scende in Italia, convoca la seconda dieta di Roncaglia e mette in chiaro le cose: i Comuni devono accettare un legato imperiale e rinunciare alle regalìe che hanno usurpato. Milano e Crema, che osano disobbedire, ne pagano le conseguenze e vengono elevate ad esempio eloquente della determinazione dell'imperatore: assediate e vinte, vengono rase al suolo.
A questo punto è la Chiesa a prendere in mano la situazione: morto Adriano IV, il nuovo papa Alessandro III - memore del già citato scontro fra Chiesa e Impero, ovvero la 'lotta per le investiture' -  ha le idee chiare riguardo alla necessità di scongiurare una presenza eccessivamente forte dell'Impero in Italia. Si dedica allora ad una iniziativa inedita: coordinare e presiedere una lega di Comuni in funzione anti imperiale. Ventidue Comuni vi aderiscono e ricambiano il sostegno ricevuto edificando una città-fortezza, ad eterna gloria del nome del papa: Alessandria. Costituita la Lega lombarda, giunge il momento dello scontro: Federico Barbarossa torna in Italia, convinto di poter replicare il successo di qualche anno prima. Si illude: al suono della martinella, confortati dal simbolo del carroccio, i Comuni ottengono un successo militare insperato e vengono trascinati alla vittoria dall'eroica (e forse leggendaria) figura di Alberto da Giussano e della sua compagnia della morte.
I guelfi hanno trionfato e l'imperatore è costretto ad accettare l'indipendenza sostanziale dei Comuni italiani. La partita fra guelfi e ghibellini non è affatto finita. Ci sarà un secondo tempo; e, neanche a dirlo, a giocarla - dalla parte imperiale - sarà un altro famosissimo Federico, nipote del Barbarossa, un uomo che sarà definito l'Anticristo: Federico II di Svevia...

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