venerdì 21 febbraio 2020

9 - L'èra del progresso: il tempo senza ritorno delle macchine


Viviamo nell'età delle macchine e la loro presenza nella nostra vita è così abituale da impedirci di comprendere fino in fondo la portata rivoluzionaria della loro introduzione nella civiltà umana. Il mondo senza macchine è semplicemente inimmaginabile: una realtà intollerabilmente lenta, infinitamente povera di beni materiali, tristemente limitata nelle prospettive, priva di quei minimi standard di benessere che sono oggi alla portata di tutti e che appaiono ai nostri occhi dei veri e propri diritti naturali. Sembra incredibile che la storia della nostra specie sia al 99,99% una storia senza macchine, o - per meglio dire - senza macchine capaci di valorizzare fonti energetiche alternative a quelle umane o animali. Le uniche sorgenti di energia alternativa a quella biologica usate per far funzionare delle macchine, in 4.700 anni di storia, sono state l'energia dell'acqua e del vento. Eppure, le conoscenze per avviare una rivoluzione industriale erano disponibili già nell'età dell'ellenismo, prima della nascita di Cristo, depositate nei dotti volumi delle grandiose biblioteche antiche, come quella di Alessandria d'Egitto, e addirittura tradotte in automi funzionanti con la forza del vapore. E' lecito dunque domandarsi che cosa sia mancato all'antichità, che sia stato invece presente nell'Inghilterra del XVIII secolo, per averle impedito di avviare, a beneficio del mondo, l'èra delle industrie dalla quale non siamo più usciti. Si tratta ovviamente di una domanda molto ardua, e che apre affascinanti scenari ucronici, ovvero di storia alternativa. Non possiamo infatti trattenerci dal fantasticare su come sarebbe ora il mondo se l'industrializzazione fosse iniziata con 17 secoli di anticipo. Proviamo allora a fare il punto.
Certamente la rivoluzione industriale non è stata solo un problema tecnologico, come dimostra il fatto che la catena di innovazioni molto spesso è  stata provocata dallo sviluppo industriale piuttosto che esserne la premessa: alludiamo qui al ben noto "effetto strozzatura", per cui l'aumento di efficienza di un passaggio produttivo si scontrava con l'inefficienza del passaggio precedente o successivo, e stimolava pertanto una rapida risoluzione della strozzatura. Questo fenomeno fu evidente nel settore che inaugurò la rivoluzione industriale, ovvero quello tessile, nel quale, a partire dall'invenzione del flying shuttle, fu tutto un susseguirsi di nuovi telai e di nuovi filatoi, prima idraulici e poi mossi dalla forza motrice del vapore, ciascuno dei quali risolveva singole criticità che i precedenti mettevano in luce. Si può allora pensare che un deciso contributo sia venuto dal diffondersi della mentalità imprenditoriale, che alcuni economisti hanno posto in relazione con lo sviluppo del protestantesimo ed in particolare del puritanesimo. Quest'ultima variante cristiana poneva infatti l'accento sul successo economico come segno della benevolenza divina e imponeva una sobrietà di vita che consentiva margini di risparmio da reinvestire in nuove attività economiche. Connesso alla mentalità capitalistica c'è il tema delle opportunità offerte da un sistema politico istituzionale, quello inglese, che rispettava le libertà personali e consentiva alle forze economiche del paese di avere voce in capitolo sull'indirizzo di politica economica. Oltre a questo, l'impero coloniale inglese aveva involontariamente creato una vasta area di libero scambio relativamente stabile e ben collegata, che forniva straordinarie possibilità di successo economico a chi avesse le idee giuste da realizzare.  Per fortunata coincidenza l'Inghilterra era anche una terra ricca di giacimenti di ferro e di carbone, le materie prime che alimentarono la prima industrializzazione.Non va dimenticato neppure che il XVIII secolo è il periodo in cui vedono la luce le teorie economiche neoclassiche, che individuano alcuni meccanismi cruciali del funzionamento del sistema di creazione della ricchezza, aumentando la consapevolezza teorica sulle scelte più opportune per lo sviluppo industriale. L'Inghilterra infine aveva larga disponibilità di manodopera in seguito alla crescita demografica di inizio '700, parte della quale veniva espulsa dalle campagne in cui la trasformazione delle tecniche agricole aveva ridotto la capacità di assorbimento della forza lavoro. Questi lavoratori, sradicati dalla loro comunità di villaggio, si riversavano nelle città in cerca di un'occupazione mantenendo costantemente bassi i salari. Per tutte queste ragioni, e per molte altre che qui non è possibile ricordare, nel XVIII secolo si sono allineate in una congiuntura perfetta, in parte anche frutto della casualità, le condizioni necessarie perché il fenomeno dell'industrializzazione si mettesse (è proprio il caso di dirlo) in moto, dando avvio ad un'èra di progresso materiale senza precedenti, e consegnandoci al tempo senza ritorno delle macchine...

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mercoledì 22 gennaio 2020

8 - Globalisti, politicamente corretti, inguaribili ottimisti: gli illuministi accendono l'Europa



Nel XVIII secolo viene a maturazione quel radicale mutamento metodologico e di prospettiva nella teoria della conoscenza, che aveva mosso i suoi primi passi con il Rinascimento italiano. L'illuminismo fa proprio il metodo scientifico di Galilei, basato sui due pilastri dell'osservazione empirica della realtà e della quantificazione matematica dei fenomeni naturali. Accoglie dallo scienziato pisano, inoltre, la critica al dogmatismo e al principio di autorità, che sono presenti implicitamente e in modo dispotico in ogni tradizione consolidata. Quando gli illuministi fanno appello alla ragione, definendola l'unico strumento in grado di dissipare il buio della superstizione e dell'ignoranza per far trionfare la luce del bene e della verità, in effetti non fanno altro se non rifiutare di accettare aprioristicamente e acriticamente le tradizioni depositatesi in tanti secoli di storia. Se volessimo fare un paragone con la vita biologica di una persona, potremmo sentire la tentazione di proiettare nei secoli del Medioevo l'immagine di una umanità bambina, incline a ricevere passivamente e senza discuterli gli ammonimenti e la visione del mondo dei genitori, e nell'età dell'illuminismo una umanità adolescente, che rimette in discussione verità, metodi e strumenti per trovare una propria identità basandosi sull'esercizio della propria intelligenza applicata ad un'esperienza aggiornata rispetto ad un mondo in continuo cambiamento.
Gli illuministi sono animati da una visione che, per usare un termine improprio ma suggestivo, potremmo definire 'globalista': essi teorizzano la totale uguaglianza fra gli uomini e svalutano le identità nazionali, le tradizioni, le barriere linguistiche e religiose come differenze di superficie emerse da una storia intesa come frutto della cieca irrazionalità. Al di là delle apparenze, tutti gli uomini e tutte le donne sono accomunati dall'intelligenza e dalla logica. Il cosmo stesso è un'entità organizzata secondo leggi rigorose e matematiche, come ha dimostrato Newton. Le verità della logica rimangono immutabili a dispetto di ogni cultura, di ogni nazione, di ogni fede. Si tratta, piuttosto, di risvegliare la mente intorpidita di quelle persone che, o per pigrizia o per mancato accesso all'istruzione, non sanno di avere la ragione e non sono in grado di servirsene, e pertanto continuano a vivere lasciandosi guidare da ignoranza e irrazionalità. A questo serve la realizzazione di quella titanica opera di divulgazione culturale rappresentata dai 17 volumi dell'Enciclopedia, curata e in parte anche scritta da Diderot, d'Alembert e d'Holbach. Diffondere la conoscenza, aiutare filantropicamente l'umanità ad uscire dalla condizione di minorità tipica di chi si accontenta di replicare percorsi già noti e non ha il coraggio di interrogarsi criticamente per trovare una verità più profonda.
L'illuminismo ha una carica contestatrice e riformatrice, che rifiuta tuttavia il ricorso a forme violente e irrazionali di rimessa in discussione dell'ordine esistente. L'ideale illuministico (o, perlomeno, dell'illuminismo moderato) è quella di una rivoluzione dall'alto: i philosophes avvicinino i potenti, educandoli al metodo scientifico e alla elaborazione critica della realtà; i re si aprano alle nuove conoscenze e si adoperino per imboccare la strada del progresso economico, sociale, politico, morale; si dia avvio ad un vasto progetto di riforme per rifondare la civiltà europea su basi più solide e guardare al futuro con ottimismo. Su questo percorso ideale si avviano alcuni sovrani d'Europa in una indimenticabile stagione di collaborazione tra cultura e potere che è passata alla storia come 'dispotismo illuminato'. Caterina II Romanov, Federico II Hohenzollern, Maria Teresa d'Asburgo e i figli di lei Giuseppe II e Pietro Leopoldo danno luogo tra gli anni '60 e '80 del Settecento ad una vasta azione riformatrice che si traduce in nuovi codici civili e penali, abolizione della tortura e riduzione nell'applicazione della pena di morte, riorganizzazione del fisco, ridimensionamento del ruolo della Chiesa, estensione del criterio della tolleranza, stimolo alla nascita di un sistema dell'istruzione pubblica, riflessione sulla necessità di un contratto scritto che sancisca in modo inequivocabile ruolo, competenze e limiti del potere monarchico al cospetto del suo popolo. Questa stagione breve, ma significativa, non poté risolvere la contraddizione di un sistema basato su fondamenti incompatibili con la visione illuministica (si pensi al solo concetto di uguaglianza degli uomini), e mostrò infatti tutta la sua natura estemporanea e velleitaria. Ma sul finire di quegli anni '80 già altri fermenti giungevano a maturazione e sarebbe di lì a poco spirato un vento forte abbastanza da sradicare i privilegi e le certezze più tenacemente avvinte alla tradizione, abbattere un sistema e rimescolare tutte le carte in un mazzo dal quale sarebbe venuto alla luce, pochi anni dopo, il nostro tempo...

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martedì 14 gennaio 2020

7 - ‘Giù le mani dal Parlamento’: la libertà inglese sfida l'assolutismo



Mentre la guerra dei Trent'anni è entrata nella fase finale, in molti paesi europei si combatte una parallela guerra interna, che mette a repentaglio la stabilità degli stati e gli equilibri faticosamente raggiunti dopo decenni di conflitto. La Spagna si trova a dover fronteggiare ben tre rivolte: quella catalana, quella portoghese e quella napoletana; in Francia infuriano le Fronde; la Polonia affronta la rivolta dei Cosacchi; l'Inghilterra precipita in una guerra civile passata alla storia con il nome di Prima rivoluzione inglese. L'elemento comune a queste crisi è la contestazione dell'assolutismo monarchico, ma l'esito di ciascun conflitto è diverso a seconda del paese. In Francia, la monarchia guidata dal cardinale Mazarino riesce a separare i ceti sociali ribelli e a schiacciare le rivolte, riaffermando la centralità della monarchia: e infatti il paese si avvia ad essere la roccaforte dell'assolutismo nell'Europa continentale. In Spagna, la monarchia riesce a domare due rivolte su tre, cioè quella catalana e quella napoletana, ma perde il controllo del Portogallo, che ridiventa uno stato indipendente. Ad ogni modo il declino della Spagna è ormai segnato e diventerà manifesto all'indomani della sconfitta subita ad opera della Francia e delle Province Unite olandesi.
In Inghilterra si consuma la crisi più grave fra quelle citate: la monarchia si trova ad affrontare un Parlamento sempre più consapevole della propria forza, mentre il paese precipita in una guerra civile senza precedenti. Qual è la sua particolarità? Il fatto che si formino due centri di potere politico l'uno antagonista all'altro: la monarchia, che può contare sul sostegno del clero anglicano, della grande nobiltà e della corte; e il parlamento, sostenuto dalla borghesia manifatturiera e mercantile, dalla piccola nobiltà agraria, apertasi alla mentalità imprenditoriale, dai puritani, ardenti sostenitori dell'organizzazione presbiteriana e avversari dell'episcopalismo anglicano. Come si arriva a tale radicalizzazione delle posizione dell'una e dell'altra parte? Alla morte della regina Elisabetta, il trono era passato alla dinastia degli Stuart. Giacomo I e poi Carlo I mostrarono di disinteressarsi dei ceti produttivi, e si impegnarono invece nella riaffermazione del potere del re, che sfruttava la gerarchia ecclesiastica anglicana per perseguire i propri fini. Queste ambizioni dei monarchi non facevano però i conti con una cultura che andava cambiando ogni giorno di più: le teorie giusnaturaliste e contrattualiste ridisegnavano il significato dello stato e il ruolo della monarchia; inoltre, il puritanesimo, ormai diffuso in tanta parte del paese, avversava naturalmente qualsiasi intromissione in questioni relative alla fede e al lavoro da parte di un'autorità esterna, e sentiva più affine alla propria sensibilità un approccio 'democratico' e partecipato dal basso. Facendosi forte di un vasto appoggio nella società e dimostrando una profonda consapevolezza politica, oltre che una notevole capacità organizzativa, il Parlamento porta avanti un conflitto a muso duro con il re, un vero e proprio braccio di ferro, che, di fronte alle scorrettezze di Carlo I, precipita Inghilterra, Scozia e Irlanda in una guerra civile lunga 8 anni (1642-49). L'eroe di questa guerra è Oliver Cromwell, mitico condottiero puritano, che addestra l'esercito parlamentare secondo principi completamente nuovi (New Model Army), e ne fa un collettivo disciplinato e motivato alla vittoria. Il re, fatto prigioniero durante l'ultima battaglia, viene processato e condannato a morte, mentre viene proclamata la repubblica.
I disordini, la litigiosità del Parlamento, la presenza di tendenze estremistiche convincono Cromwell che la repubblica ha bisogno di un Lord Protettore e si autodesigna tale. Il suo governo licenzia alcune riforme importanti, che vanno a rafforzare la crescita economia del paese, abolendo ogni residuo istituto feudale, e lo proiettano sullo scenario internazionale quale potenza marittima di prima grandezza. Il prezzo pagato è una gestione sempre più personalistica ed autoritaria del potere. Alla morte di Cromwell, avvenuta nel 1658, il figlio Richard prova ad affermare l'ereditarietà della carica di Lord Protettore, ma viene presto liquidato, mentre il Parlamento si convince che il ritorno degli Stuart sia ormai indifferibile: d'altro canto, nessun re avrebbe mai più osato sfidarlo.
Il Parlamento si sbagliava: nell'arco di poco più di 20 anni, il conflitto Stuart-Parlamento riesplode in tutta la sua violenza: e sarà la Gloriosa Rivoluzione. E' questo un capitolo importante della storia inglese, che pone sul trono del futuro Regno Unito Guglielmo d'Orange, statolder delle Province Unite. Con il Bill of Rights nasce la monarchia costituzionale inglese, ed inizia nelle isole britanniche un modello politico istituzionale alternativo all'assolutismo dell'Europa continentale. Di lì a poco, la dinastia d'Orange-Stuart è sostituita da quella di ascendenza tedesca degli Hannover: da quella casata deriva quella degli Windsor, cioè la dinastia ancora oggi regnante in Gran Bretagna...

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venerdì 13 dicembre 2019

6 - ‘Ridicolo’?! Ma tutto questo, madame... è Versailles!

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La parola 'Versailles' evoca un mondo fiabesco, lontano dalla nostra esperienza: una reggia maestosa, un giardino incantevole, ombreggiato da migliaia di alberi, aiuole di fiori delicati, giochi d'acqua e intriganti piscine dove inscenare battaglie navali o ricreare città come Venezia; e ancora, stanze opulente, affrescate nei modi più estrosi, all'interno delle quali frusciano abiti sgargianti indossati da bellissime dame di corte, salotti adibiti a gioco d'azzardo, teatri privati, gallerie di vetri e specchi, sontuosi banchetti, feste fantasiose, ecc. Una cosa è certa: Versailles è una straordinaria macchina - direi quasi 'teatrale' - di rappresentazione del potere e di esaltazione di un ceto, quello aristocratico, narcisisticamente innamorato della propria immagine riflessa. Ma in che modo e per quali finalità viene edificata la reggia di Versailles?
Il progetto è concepito e realizzato direttamente da Luigi XIV a partire dal 1660, a celebrazione della propria magnificenza. In gioventù il re di Francia aveva subito lo choc della precipitosa fuga da Parigi sotto l'infuriare delle rivolte passate alla storia come 'fronde'. Il cardinale Mazarino, coordinatore del consiglio del re durante la minorità di Luigi, era riuscito ad avere ragione degli insorti, maneggiando con abilità concessioni e repressione. Una volta vinta la guerra dei Trent'anni sia sul confine orientale, contro l'Impero, sia sul confine occidentale, contro la Spagna, e morto Mazarino, Luigi XIV decise che avrebbe amministrato il potere in prima persona e che lo avrebbe fatto senza più confrontarsi con le forze sociali. Di qui la scelta di allontanare il centro decisionale dall'odiata Parigi a Versailles, in un luogo solitario dove la corte non potesse più essere prigioniera delle insurrezioni di piazza. La reggia di Versailles fu sin dall'inizio concepita come uno strumento di disciplinamento e di subordinazione sociale destinato alla grande nobiltà del regno, che nei momenti di difficoltà della monarchia aveva ancora la forza di costringere il sovrano alla trattativa. Luigi XIV dispose che l'aristocrazia dovesse risiedere a corte e progettò un sofisticatissimo gioco di società che obbediva alle regole dell'etichetta. In ragione del proprio grado, bisognava ostentare un certo tenore di vita a corte, cosa che rendeva la vita a Versailles dispendiosissima. A compensazione di queste spese, la grande nobiltà godeva del privilegio di avvicinarsi e, nei casi più felici, di interagire con la coppia reale, diretta emanazione del potere divino in Terra. L'etichetta sanciva in modo sottilmente codificato tutti i comportamenti consentiti e le precedenze da esercitare sugli altri membri della corte. Ma non c'era un giorno uguale all'altro, giacché il re stesso curava quotidianamente la redistribuzione dei favori, concedendone ad alcuni e sottraendone ad altri. La competizione, a Versailles, non mancava, anche se non va dimenticato che la vita nella reggia consentiva di godere di tutto quanto il meglio il regno di Francia produceva in quell'età.
Dà un'idea dell'incredibile impegno tecnologico profuso per la costruzione di questo grande gioco di società il meccanismo che garantiva magnifici zampilli d'acqua da tutte le fontane del parco. Per garantire che gli zampilli raggiungessero altezze stupefacenti, in assenza di elettropompe, si provvedette alla realizzazione di una gigantesca pompa idraulica, la macchina di Marly, che prelevava l'acqua dalla Senna a pochi chilometri da Versailles, e la pompava incessantemente in una conduttura che, attraverso stazioni intermedie, la faceva pervenire al sommo di una collinetta a circa 160 metri di altezza. Di lì, l'acqua giungeva attraverso un acquedotto a Versailles, senza neppure deturpare il paesaggio, giacché percorreva gli ultimi metri sotto terra. Attraverso lo sfruttamento del principio dei canali comunicanti, Luigi XIV poté così avere il proprio divertimento.
Oltre a Versailles c'è un'altra opera titanica di cui Luigi XIV si fece promotore, un vecchio progetto più volte aggiornato e mai realizzato: il Canal du Midi. Si trattava di un'opera di ingegneria idraulica veramente grandiosa, che prevedeva la realizzazione di una rete di canali artificiali, congiunti opportunamente a fiumi naturali, con lo scopo di consentire il passaggio delle navi dal Mediterraneo all'oceano Atlantico, senza dover circumnavigare la Spagna. I problemi tecnici e realizzativi posti dall'opera erano tali da scoraggiare un altro re, ma non Luigi XIV, che in effetti lo portò a termine e ci ha così lasciato uno dei tanti patrimoni culturali dell'umanità che la nostra Europa può a buon diritto vantare...

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lunedì 2 dicembre 2019

5 - Nel tempo di Renzo e Lucia: streghe, untori, carestie



Quella di Renzo e Lucia è un'età di grandi contraddizioni e di grandi trasformazioni, che ridisegnano il profilo dell'Europa. Si abbassa definitivamente il sipario sui paesi mediterranei, che avevano dominato la scena durante il basso Medioevo e il primo secolo della modernità. La Spagna, che non ha saputo investire l'immensa ricchezza del Nuovo Mondo in un apparato produttivo duraturo, sembra frastornata, incapace di comprendere le ragioni del suo declino, le quali si manifestano chiaramente con la sconfitta subita ad opera della Francia nel lungo e sanguinoso conflitto noto con il nome di guerra dei trent'anni; l'Italia, che è ancora nei primi decenni del '600 una potenza culturale e artistica, assiste impotente al declino della sua manifattura tessile, mentre l'economia si avvita sotto il pesante fiscalismo imposto dall'ex potenza globale in crisi - la Spagna - ad un paese che è una semplice colonia. Mentre l'Atlantico diventa l'angolo di mondo nel quale è necessario esserci per vincere la sfida della competizione fra stati, il Mediterraneo perde la propria centralità, anche se mantiene volumi consistenti di traffico merci: il punto è che a trasportare le spezie non sono più le repubbliche marinare italiane, bensì paesi giovani, dinamici, nei quali vive una borghesia piena di idee e dalla spiccata vocazione imprenditoriale, come l'Olanda. Proprio quest'ultima saprà difendere strenuamente la propria indipendenza contro la Spagna, indotta a rompere la tregua del 1609 dalle fulminanti vittorie contro la Lega evangelica, e alla fine trionferà ottenendo il riconoscimento della propria libertà e lo status di nuova potenza globale.
Per due paesi che scivolano verso il basso, sono diversi i paesi che fanno passi avanti e conquistano il centro del palcoscenico: in primo luogo l'appena citata Olanda. In questa fase storica, le Province Unite non si accontentano di lottare per la libertà, ma si proiettano verso l'esterno e finiscono per sostituirsi al Portogallo, il quale - a sua volta - in questi anni riconquista la propria indipendenza dalla Spagna: gli olandesi si appropriano della consolidata rete di scali e empori commerciali che garantiscono la circumnavigazione dell'Africa e l'approvvigionamento di spezie direttamente dalle zone di produzione nell'estremo Oriente. Poi si spingono avanti, penetrando in mercati sempre più lontani ed esotici, come l'Indonesia. Anche il Baltico è un mare saldamente in mani olandesi. L'Inghilterra fa progressi ampliando i propri domini coloniali nel nord America ed alimentando un incessante flusso migratorio di popolamento, costituito in particolare da minoranze religiose (ad esempio i Pilgrim Fathers). La Francia è concentrata nella tradizionale lotta contro gli Asburgo, che è coronata da successo, ed ha poche risorse da investire nell'ampliamento delle colonie. Guadagna comunque la Giamaica, strappata alla Spagna, ed esplora i territori del nord America che diventeranno un giorno il Canada. Ma nell'Europa continentale, dopo il 1660, non teme rivali ed inaugura due secoli di grandeur, da cui si sveglierà bruscamente nel 1870 con la sconfitta di Sedan ad opera della Germania.
Ma l'evento storico fondamentale del '600 per il nostro continente è la guerra dei Trent'anni: scoppiata come terzo tempo delle guerre religiose europee (ricordiamo gli altri due: I^ tempo: Carlo V contro Lega di Smalcalda; II^ tempo: guerre di religione in Francia, Spagna e Inghilterra), terminerà come una semplice guerra di egemonia sull'Europa. I successi cattolici della prima fase producono la mobilitazione di un vasto e variegato fronte protestante, formato da paesi come Inghilterra, Olanda, Danimarca, Svezia, che subiscono però sempre una sconfitta. La musica cambia con l'intervento di un paese cattolico, la Francia, guidato, per  colmo d'ironia, da un ecclesiastico, il cardinale Richelieu, che avrà la meglio sull'arroganza asburgica. Il risultato?  Il tramonto definitivo della prospettiva di un sacro romano impero universale; l'impossibilità di fatto di costruire una Germania unita ed accentrata; il crollo delle speranze di superare la frattura religiosa; l'Europa ridotta ad un campo di battaglia: un continente che paga i conti della guerra affrontando il duro tempo delle carestie e delle pestilenze, mentre infuria la caccia alle streghe e agli untori. Uno scenario tragico, avvolto in un'oscurità nella quale si dissipano antiche ricchezze mentre nell'ombra si preparano i futuri dominatori del mondo...

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martedì 19 novembre 2019

4 - Complotti, massacri, penitenze e teste mozzate: l'età buia del sospetto

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La riforma protestante nasce come un moto di ribellione nei confronti della corruzione della Chiesa e con lo scopo di ricompattare il fronte cristiano intorno all'obiettivo religioso del ritorno alle origini. Il modello di società da prendere ad esempio pare, agli occhi dei protestanti, quello rappresentato dalla micro comunità formata da Gesù e dai dodici apostoli, fondata sulla semplicità, sulla povertà, sulla condivisione, sulla solidarietà, sulla pace. Se però valutiamo gli effetti concreti che la riforma protestante ha prodotto in Europa, ci rendiamo conto che lo slancio ideale di partenza ha generato un frutto avvelenato: guerre di religione in parte combattute a viso aperto sui campi di battaglia, ma anche una lunga età di fanatismo sotterraneo, di complotti, di massacri, di esecuzioni capitali, in un clima ossessivo di sospetto e di paura. In questa lezione faremo una panoramica riguardo alla situazione politica europea all'indomani della rottura della cristianità per le riforme luterana, anglicana e calvinista. Dovremo tener presente che la questione religiosa si sovrappone allo sforzo portato avanti da diverse monarchie europee di esercitare un potere tendenzialmente assoluto sui rispettivi stati, e della convinzione diffusa nella cultura del tempo che l'uniformità religiosa di un popolo costituisse il terreno più fertile per far attecchire l'assolutismo. D'altro canto la religiosità protestante, in particolare il presbiterianesimo, interferiva programmaticamente con l'esercizio del potere assoluto, là dove insegnava agli individui a rifiutare un'imposizione gerarchica dall'alto a tutto vantaggio di una investitura popolare dal basso per i ruoli di responsabilità all'interno di una comunità. A complicare ulteriormente il quadro c'è poi l'intricata rete di relazioni parentali praticamente tra tutte le monarchie europee, e la politica matrimoniale usata come strumento principe per influenzare dall'esterno la confessione religiosa di un Paese.
Se in Germania, dopo la pace di Augusta (1555) e l'abdicazione di Carlo V (1556), la situazione è tranquilla, almeno per alcuni decenni, lo stesso non si può dire per la Francia, l'Inghilterra-Irlanda e la Spagna. In Francia la monarchia vive un lungo periodo di debolezza a causa della morte prematura di diversi re consecutivi, per cui l'esercizio del potere passa nelle mani della regina madre Caterina de' Medici (per giunta straniera). La riforma macina fedeli anche qui, al punto che gli ugonotti giungono a pesare per il 20% sulla popolazione totale della Francia e sono in maggioranza in vaste aree del Paese; oltre a questo, sono organizzati e combattivi, anche perché godono del sostegno di alcune importanti famiglie aristocratiche, fatto che non stupisce perché era già avvenuto in area tedesca con il luteranesimo. La debolezza della monarchia ed una politica incerta ed ondivaga finiscono per esasperare il conflitto fra cattolici e ugonotti: conflitto non privo, peraltro, di risvolti politici. La notte di san Bartolomeo è certamente un eccidio che passa alla storia. Solo l'incredibile voltafaccia di Enrico IV di Borbone, capo della fazione ugonotta che disinvoltamente abiura passando al cattolicesimo, consente alla Francia di ritrovare pace e stabilità: l'editto di Nantes, o di tolleranza, promette una pacifica convivenza fra cattolici e protestanti, ma significativamente la colpa di aver imposto la tolleranza è lavata con il prezzo alto dell'assassinio del re ad opera di un fanatico.
In Inghilterra, dopo la morte di Enrico VIII, salgono al trono alternativamente sovrani anglicani e sovrani cattolici, ciascuno dei quali opera per disfare quello che è stato cominciato o per ripristinare ciò che era stato smantellato. La confusione è grande fino a quando l'ascesa di Elisabetta I Tudor fa pendere definitivamente il piatto della bilancia a favore dell'anglicanesimo. Ma non si dimentichi che l'Irlanda rimane cattolica e che in Scozia ritorna, dopo aver soggiornato per anni in Francia, una regina che è cattolica e si adopera con tutta se stessa per riportare il suo Paese al cattolicesimo. Questa regina, vedova del re di Francia, si chiama Mary Stuart. Sulla sua strada incontra un predicatore puritano, John Knox, che ha già infiammato il popolo portandolo al protestantesimo e che non perde occasione per attaccarla personalmente, screditandola agli occhi dei suoi sudditi. Ed in gioco non è solo il futuro della Scozia, ma anche dell'Inghilterra che è, sì, in mano dell'anglicana Elisabetta, ma la cui corona, tolta di mezzo Elisabetta, potrebbe unificarsi con quella di Scozia accentrando il potere nelle mani di Mary. Per questo intreccio di interessi, a cui non sono estranei paesi cattolici come la Spagna e la Chiesa, si arriva al paradosso di assistere ad una regina che fa eseguire una sentenza di morte nei confronti di un'altra regina, alla quale è, tra l'altro, imparentata: e la testa di Mary Stuart rotola sul pavimento, ma assieme ad essa è tutta la concezione divina del potere monarchico a subire un colpo mortale.
Filippo II di Spagna rappresenta l'idealtipo del sovrano controriformistico: fanatico, solitario, austero, dedito alla penitenza. Ossessionato dalla difesa del cattolicesimo in un mondo che va franando, controlla con la frusta dell'Inquisizione i propri sudditi, epura i moriscos costringendoli a lasciare il Paese, prova il colpo di mano sulle Fiandre, sotto il suo controllo, cercando di soffocare la riforma protestante che ormai dilaga. Ma non basta: si dà come missione sconfiggere i musulmani turchi, rinnovando lo spirito ormai fiacco di crociata, ed intromettersi nella politica interna dei Paesi protestanti per riportarli al cattolicesimo. E' da queste premesse che nasce la guerra anglo-spagnola della fine degli anni '80, con l'Invincibile Armata partita trionfalmente esibendo gli emblemi della fede che ritorna lacera, malconcia e sconfitta a dimostrare per l'ennesima volta, se ce ne fosse bisogno, che la storia non si ferma, che la storia non torna indietro...

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martedì 5 novembre 2019

3 - Il grande ribaltone: alle radici di un'Europa a due velocità



A chiunque oggi si metta a ragionare sulla distribuzione della ricchezza a livello globale, sulla possibilità per le persone di accedere al benessere, ai benefici della ricerca scientifica e della più avanzata tecnologia, di godere insomma di una vita libera e tutelata è inevitabile che venga in mente, per associazione di idee, uno schema che rappresenta un mondo nel quale il nord si contrappone al sud. Per noi è normale pensare a questa divisione, anche se certamente essa costituisce una drastica semplificazione della complessità del nostro tempo.
Ma se guardiamo al passato, ci rendiamo conto che non sempre il nord è stato sinonimo di avanzamento e benessere: le prime civiltà umane, lo sappiamo bene, sono nate in Medio Oriente; la Grecia ha dato vita ad una civiltà che ha lottato per sopravvivere all'aggressione dell'impero persiano, riuscendo poi a capovolgere a proprio vantaggio i rapporti di forza, ma con un baricentro sempre spostato a sud; Roma è stata la capitale di un impero mediterraneo, che guardava al settentrione come a luoghi lontani, perennemente avvolti nelle nebbie, abitati da popolazioni feroci, indisciplinate e ingovernabili. Nei lunghi secoli dell'antichità, il nord ha spesso rappresentato la barbarie, l'area da cui provenivano tribù primitive, ai margini della storia; il sud, invece, è stata la culla dell'Occidente, il filo ininterrotto di un discorso che giunge fino a noi ed è quello della civiltà.
Questo schema sopravvive nel Medioevo: ad un'Europa impoverita e rinselvatichita suggestivamente si contrappone lo splendore dell'impero arabo, vero erede della tradizione antica, una civiltà che rimette in circolo le migliori idee del passato e dà loro letteralmente una prospettiva di sopravvivenza con le traduzioni dal greco all'arabo e l'aggiunta di molti preziosi commenti. Nel basso Medioevo è l'Italia a rifiorire, mettendo in piedi manifatture, alimentando commerci che la trasformeranno nel giardino d'Europa, un giardino saldamente piantato al centro del Mediterraneo, mentre la Germania appare attardata, l'Inghilterra un paese di pecorai che vende lana a chi sa trarne tessuti di inaudita raffinatezza. Allora quand'è che è avvenuto il sorpasso del sud da parte del nord? Come e perché è avvenuto il 'grande ribaltone'?
In questa lezione proviamo ad abbozzare una risposta. Molta importanza nel mettere sottosopra l'Europa l'ha avuta l'atlantizzazione, che ha desertificato le vie del commercio tradizionali, monopolizzate dall'Italia, e in particolare da Genova e Venezia, aprendo le rotte alternative dell'oceano. D'altro canto, sono la Spagna e il Portogallo, in prima battuta, a trarre i maggiori vantaggi dalle mutate vie del commercio, cioè paesi 'meridionali' quanto l'Italia, e anche paesi che, a ragione o a torto, proprio come l'Italia, oggi non rappresentano nell'immaginario collettivo l'archetipo dell'avanguardia economica, dell'avanzamento scientifico-tecnologico, dell'apertura sociale e culturale. Tutti ricordiamo l'odiosa sigla PIGS, che accomunava in un giudizio sprezzante Portogallo, Italia, Spagna e Grecia.
Frugando nel grande deposito del passato che è la storia, sembra rilevante, per rispondere alla nostra domanda, il tema della frattura della cristianità: i paesi che si aprono alla riforma sono essenzialmente paesi del nord Europa, mentre i paesi che rimangono obbedienti alla Chiesa di Roma sono quelli mediterranei. I primi, partendo dal presupposto del ritorno alla povertà e alla purezza delle origini, sono stimolati culturalmente dal bisogno di un'appropriazione individuale e critica dei testi sacri, e appaiono più aperti al nuovo, meno passivi nella ricezione di una verità elaborata da altri: atteggiamenti questi che sono alla base della rivoluzione della conoscenza che inizierà nel Seicento. L'Italia e la Spagna, invece, subiscono la stretta soffocante prodotta dalla Controriforma cattolica. La Chiesa tridentina si dà regole più chiare e stringenti, ma si propone anche l'obiettivo di mettere in piedi una gigantesca macchina di disciplinamento sociale e di controllo preventivo delle idee: suggestione, spettacolarizzazione, coinvolgimento emotivo, grande apparato scenico, una coralità liturgica che metta sotto gli occhi dei fedeli la potenza della Chiesa e la sua infallibilità. I casi di Giordano Bruno, Tommaso Campanella, Galileo Galilei sono troppo noti perché valga la pena di raccontarli. Pensare in maniera innovativa comincia ad essere un problema nell'Europa meridionale e questo è un fattore oggettivo di impoverimento.
Per l'Italia in particolare, poi, non va dimenticato il lungo, confuso e doloroso conflitto pluridecennale che va sotto il nome di 'guerre d'Italia'. Dal 1494 al 1559 in Italia è tutto un marciare di eserciti stranieri, un formarsi e disfarsi di alleanze anti-imperiali, anti-francesi, anti-spagnole, con la Chiesa ora a fare da facilitatore di un'aggregazione tra principati italiani, ora a strizzare l'occhio alla Francia, ora a piegare la testa di fronte all'imperatore  tedesco. Decenni di guerre disorientano e confondono: l'economia si inceppa, l'ottimismo rinascimentale, corroso in profondità, lascia il posto a cinismo e rassegnazione. Quando viene firmata la pace di Cateau Cambrésis, che assegna l'Italia, come un trofeo, alla Spagna, inizia per il nostro paese il duro tempo della riduzione a colonia, una lunga decadenza da cui sapremo rialzarci soltanto in anni recenti, quelli repubblicani del miracolo economico e del sorpasso (vero o presunto) del Regno Unito riguardo al PIL. Rimane una lezione importante per tutti noi, e ancora molto attuale: quanto sia alto il costo dell'oscurantismo, della paura delle novità, e dell'incapacità, tipica di chi pensa solo per sé e solo per l'immediato, di fare sistema in una prospettiva di lungo termine e per il bene comune...

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